Il gioco di parole continua. Dobbiamo impegnarci, fare uno sforzo enorme per disfarci dell’eredità di Enrique Peña, per despeñarci. Tuttavia il verbo impegnare si usa anche quando una cosa propria diventa cosa altrui, per esempio al Monte di Pietà. E impegnarsi oggi, in Messico, significa assumere le modalità del regime di Peña Nieto.
Tutto questo è successo il primo dicembre [data dell’insediamento di AMLO, alias Lopez Obrador, alla carica di Presidente del Messico, ndt]. I gesti di Peña riflettevano chiaramente quanto soffrisse nell’ascoltare la denuncia dei suoi orrori e l’annuncio di come verranno smantellati quelli che per lui sono stati i suoi maggiori risultati. Ci liberiamo di Peña.
Dopo, però, c’è stato l’AMLO Fest. L’entusiasmo popolare trovava una risposta calda e semplice nel Presidente. Ma subito dopo, è iniziato uno spettacolo che avrebbe voluto mostrare un nuovo rapporto tra governo e popoli indigeni. E’ stato invece un esercizio offensivo, ridicolo e controproducente, iscritto nel solco di una tradizione di novant’anni di Ancien Régime, quando si consegnava il bastone del comando al
presidente o governatore di turno per affermare dominio e subordinazione.
Nei villaggi [indigeni, ndt] la cerimonia, che è stata imitata in modo grottesco, ha un carattere ben diverso. I Maya peninsulari l’hanno organizzata l’ultima volta nel 1847. Il bastone del giuramento, ancora usato da molti popoli, simbolizza la lealtà della nuova autorità alla sua comunità. La vara o il bastone non conferiscono potere o comando, ma impegno. Ed è una cerimonia intima, tra persone che si conoscono e che si rispettano, che ne accettano in pieno il significato condiviso.
Quello che è stato fatto allo Zócalo [la Piazza della Costituzione a Città del Messico, ndt] viola quell’intimità e continua la tradizione del PRI, proclamando la sottomissione dei popoli indigeni di fronte al Presidente. E’ un atteggiamento razzista, come quello adottato da Enrique Krauze nei confronti dello zapatismo nel 1994. Secondo lui, la mentalità indigena è sempre alla ricerca di una guida, di qualcuno che la riscatti. Lo spettacolo del primo dicembre trasudava di questo razzismo che attribuisce ai popoli indigeni un atteggiamento di subordinazione nei confronti del potere.
La più grave contraddizione che AMLO affronta è che è riuscito ad arrivare alla posizione che ha perseguito per decadi proprio quando il sistema rappresentativo si ritrova a pezzi. I 30 milioni di voti gli hanno dato una legittimità formale e alcune facoltà amministrative. Non deve confonderle con una reale rappresentanza. In una splendida lettera indirizzata da Jerôme Baschet ai gilet gialli, quelli che non sono niente secondo Macron, si dimostra che questa insurrezione popolare in Francia corrisponde al fallimento generalizzato del sistema rappresentativo. Non ci si crede più, ormai. E Jerôme scrive dal Chiapas, per operare un collegamento adeguato con quelli che da tempo stanno creando un’alternativa. La doppia negazione afferma, in realtà. Quelli che non sono niente, sono qualcuno. Quelle persone reali, che oggi si sollevano dappertutto, affermano oggi che quelli che dicono di essere i loro rappresentanti non sono più niente.
I popoli che continuiamo a chiamare indigeni non credono al sistema rappresentativo. A questa messa in scena. La più legittima delle loro organizzazioni, il Congresso Nazionale Indigeno, non ha la pretesa di rappresentarli. Marichuy non si è mai considerata una rappresentante; è stata la portavoce del Consiglio Indigeno di Governo. Quelli che erano allo Zócalo, scelti dall’alto e spesso in rottura con accordi delle loro assemblee, non rappresentano i popoli indigeni e neppure le loro comunità. Si sono prestati, per qualche briciola, a simboleggiare una sottomissione al potere che i loro popoli non condividono affatto. Dal di fuori, specialmente per i non indigeni, il messaggio era chiaro: i popoli indigeni affidano ad AMLO il comando. Ma questo è proprio quello che gli indigeni non hanno mai fatto nei confronti dei poteri, quello a cui si sono opposti per più di 500 anni.
Oggi milioni di persone festeggiano migliorate condizioni materiali, con pensioni e borse di studio. Altri festeggiano a ragione decisioni indispensabili. Ma il primo di luglio è solo cambiato il capo della fattoria messicana del capitale, come hanno spiegato gli zapatisti il 30 agosto. Anche se i suoi motivi e le sue intenzioni fossero molto diversi, il nuovo capo dovrà attenersi alla logica del capitale. Opera entro limiti molto stretti, all’interno dei quali si muove gente abituata alla sottomissione, alla schiavitù e al servaggio, gente che della libertà non saprebbe cosa farsene. A volte, come ha spiegato il subcomandante Moisés, i caporali che vengono dal basso sono i peggiori nell’usare la frusta (enlacezapatista 20/8/18 e 12/4/17).
I popoli indigeni camminano per altre strade. Per vedere quali, basta cliccare: “La libre determinación no está a consulta” [L’autodeterminazione non è oggetto di referendum]; o “Oaxaca: territorio prohibido para la minería” [Oaxaca: territorio proibito per l’estrazione mineraria].
In basso soffiano altri venti.
P.S. Bello il principio liberale: niente tranne la ragione e il diritto, tutto per la giustizia. Ma… chi li definisce? Che fare di fronte a un Diritto irrazionale e ingiusto, difeso dagli stessi giudici che definiscono legalmente qual’è la ragione, cos’è il diritto, in cosa consiste la giustizia?
Traduzione a cura di camminardomandando
