
Il panorama che lascia dietro di sé quello che chiamiamo ancora Partito Rivoluzionario Istituzionale (PRI), dopo 90 anni di dominazione, stringe il cuore. È insopportabile.
Siamo in bancarotta, ha detto il neo-eletto presidente. Non è stata una metafora felice; un paese non può entrare in una condizione come quella. La reazione del Ministero delle Finanze è stata ancora peggiore: stabilità finanziaria, inflazione controllata, settore finanziario capitalizzato e liquido…
Qualcosa di simile è avvenuto quando ha detto che avrebbe ricevuto un paese in rovina. Il paese è stato inondato da una propaganda rivolta a convincerci del contrario, a farci vedere quanto bene stiamo. La risposta nelle reti sociali è stata efficace: la realtà uccide la propaganda.
Non dobbiamo ingannarci. Il paese è un disastro. È letteralmente in rovina. Affinché il settore finanziario capitalizzato e liquido realizzi profitti straordinari e si mantenga l’equilibrio macroeconomico che il Fondo Monetario Internazionale esige, la maggior parte della gente è in profonda crisi, e spesso deve lottare per la sopravvivenza. Molti milioni di persone hanno dovuto lasciare i loro luoghi, i loro quartieri e le loro comunità per andare a cercare di rifarsi una vita in altri paesi.
La corruzione e la violenza che devastano il paese non riguardano soltanto i vertici. Sono partite dai vertici e li caratterizzano, ma quello che ci troviamo di fronte oggi riguarda la società intera, fino all’ultimo angolino. Ci sono violenza e corruzione anche nei comportamenti più semplici della vita quotidiana; la sfiducia diventa un criterio di buon senso, perché l’imbroglio è sempre in agguato. Ci sono violenza e corruzione tra amici e tra innamorati. Ci sono dappertutto; come sempre, le più colpite sono le donne. Ed è ormai impossibile distinguere fra il mondo del crimine e quello delle istituzioni; metà degli omicidi e dei casi di scomparsa chiamano direttamente in causa queste ultime.
Dirigenti e quadri del PRI manterranno fino all’ultimo istante il loro atteggiamento vergognoso. Con incredibile cinismo, stanno seguendo la tradizione dell’«anno di Hidalgo» [espressione messicana sorta negli anni ’70 e ’80 per indicare l’ultimo periodo prima di un cambiamento di gestione politica, durante il quale i funzionari pubblici o i politici di alto livello spendono – o rubano – il più possibile. Hidalgo è l’eroe nazionale messicano che nel 1810 diede inizio alla lotta per l’indipendenza del paese – ndt].
Dal momento che pensano a un cambiamento definitivo, si portano via non solo computer e attrezzature, ma persino graffette, approfittando di qualsiasi opportunità per fare bottino, in parlamento o in qualsiasi ufficio pubblico. I loro complici privati continuano a distribuire tangenti.
In tutto il paese troviamo un tessuto sociale lacerato e una disperazione ben fondata. Sono state sistematicamente distrutte capacità produttive, attività autonome, modalità sane di convivenza. E se il paese si trova in uno dei momenti più delicati dei suoi rapporti con gli Stati Uniti, non è solo a causa del signor Trump. È perché all’interno, fra noi, è stata venduta l’anima. Sono stati ceduti beni e spazi alle grandi imprese multinazionali, privatizzando tutto ciò che era possibile e distruggendo il nostro patrimonio. Abitudini di vita, atteggiamenti e comportamenti, così come obiettivi personali e sociali sono stati assoggettati all’american way of life, che è penetrato in tutti i pori della società messicana.
È doloroso vedere che persone intelligenti e con un qualche residuo di dignità hanno ancora il coraggio di difendere la buona fede del sistema che è morto e che loro hanno nel sangue. Richiamano glorie passate e certe imprese dei loro eroi, e i passi avanti compiuti nel secolo in cui hanno governato il paese. Si rifiutano decisamente di riconoscere che l’uovo del serpente è stato covato fin dal 1928 ed è stato nutrito con cura negli anni ’30, sotto il luccicante ombrello del cardenismo, quanto sono state gettate le basi del corporativismo che ha caratterizzato il sistema che ancora difendono. Non vogliono ammettere la tendenza fascista del regime che celebrano e rimpiangono. E tanto meno riconoscono il modo in cui il suo degrado morale, la sua perdita di ogni dignità, il suo tradimento sistematico dei principi della rivoluzione da cui sono nati e di cui conservano soltanto il nome, hanno rovinato il paese fino a livelli indicibili, corrompendolo da cima a fondo.
Non sarà piacevole vederli andare a caccia di militanti, recuperare vecchi clienti, esigendo fedeltà ormai prive di fondamento. Non hanno più il denaro e la garanzia di impunità che facevano funzionare la macchina e ottenevano un’indegna subordinazione; quelli che militavano con loro sanno meglio di chiunque altro che le promesse e le illusioni non danno da mangiare, e ormai non hanno più nessun motivo per dar loro retta.
Non vedremo l’agonia tranquilla di una vita ben vissuta. Sarà la morte spasmodica di gruppi infami che per 90 anni hanno controllato le leve del potere politico ed economico in Messico e hanno irresponsabilmente costruito l’orrore attuale. Moriranno come hanno vissuto: senza dignità.
Il guaio è grande. Non ci sono opzioni chiare. E meno ancora sembrano essercene se la nuova amministrazione si attiene ciecamente ad alcuni dei vizi peggiori del regime smantellato, come la sua ossessione per la crescita economica o la pratica quotidiana della costruzione di lealtà verticali.
Con il paese devastato, il PRI lascia un’eredità avvelenata. I nuovi vedranno presto che cosa significa. Se decidono di farla propria, come sembra che stiano facendo, il prezzo da pagare sarà la rinuncia ad essere ciò che dicono di essere e la perdita di ogni dignità.
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Traduzione a cura di Camminar domandando
Fonte: “El estado de cosas”, La Jornada 24/9/2018.