Che dire se lo spirito dominante di queste elezioni fosse “E se…?”. Come in altre parti del mondo, sono le elezioni dello scontento: la gente rifiuta lo stato di fatto, i partiti, i candidati e lo stesso processo elettorale. Che ruolo avrà questo scontento il prossimo primo luglio?

Tutto sembra girare intorno al “voto duro”. Persino El Bronco [Jaime Rodríguez Calderón, che era stato candidato indipendente alle elezioni del 2015, ndt] ha il suo, per quanto piccolo. L’espressione allude a un gruppo di persone che hanno la convinzione, l’impegno o l’obbligo di votare per un determinato partito o candidato. Un certo numero di persone ha la convinzione ideologica o politica di dover votare e di doverlo fare per un certo candidato o un certo partito, in qualsiasi circostanza; nessun fatto, nessuna diceria potranno modificare la loro opzione di voto. Altri invece hanno garantito il loro voto e quello dei loro amici a una determinata persona o gruppo. Infine ci sono quelli che si vedono obbligati a votare in un certo modo. Tutto ciò costituisce il “voto duro”.

Il PRI [Partito Rivoluzionario Istituzionale, ndt] è scatenato. Tutti i suoi apparati coercitivi lavorano a tappe forzate. Oltre all’acquisto di voti, usano la minaccia, la corruzione, il ricatto e anche il servizio, come quello di offrire veicoli per trasportare i votanti a una sezione lontana. Tuttavia mancano solo 15 giorni, e tutto questo apparato, con il massimo delle pressioni, non riesce a smuovere il suo candidato dal terzo posto. È in svantaggio da molte parti, perché il PRD [Partito della Rivoluzione Democratica, ndt], il PAN [Partito d’Azione Nazionale, ndt] e altri partiti hanno ormai imparato tutti questi maneggi e questi trucchi che erano la specialità del PRI, e ora gli sottraggono il “voto duro”.

Quando il presidente del PRI, con un linguaggio da allibratore, avverte che “la struttura ammazza il sondaggio”, o i suoi portavoce sottolineano che l’unico sondaggio valido è quello del primo luglio, non pensano tanto alla ricostruzione del loro “voto duro”, con cui hanno perso tante elezioni. Pensano alla frode che preparano come ultima istanza: se la loro struttura non riesce a raccogliere il “voto duro”, potrà per lo meno realizzare la frode.

Tuttavia, il PRI ormai non può neppure operare una frode così grande come quella che ha installato Salinas [del PRI, presidente del Messico dal 1988 al 1994, ndt]. Deve agire ai margini. Per questo ha bisogno che il suo candidato arrivi al secondo posto e molto vicino al primo, per poter asserire quello che già stanno dicendo: “cavallo che guadagna terreno vince”. Utilizzano tutte le risorse a loro disposizione per sminuire Anaya [candidato conservatore, ndt]. Anche loro, però cominciano a chiedersi: “E se non ci riusciamo? E se…? Trovano che AMLO [Andrés Manuel López Obrador, candidato del centrosinistra, ndt] ha fatto tesoro dello scontento, aggregando un “voto duro” che sembra invincibile.

Un anno fa, molti imprenditori hanno iniziato la loro campagna contro AMLO, confidando di riuscire ancora una volta a metterlo da parte. Quelli del Consiglio Messicano degli Affari si sono lanciati a testa bassa contro di lui, spesso con colpi bassi e mendaci. Alcuni imprenditori continueranno a portare avanti queste campagne fino al primo luglio, facendo pressione sui propri dipendenti. Ma molti altri hanno cominciato a riflettere. E se…? E se tutto fallisce? Hanno cominciato a lavorare al piano B, che non solo implica approcci, trattative e pressioni per ottenere da AMLO impegni da cui non possa in seguito tirarsi indietro. Preparano anche quello che faranno a partire dal 2 luglio per legargli le mani e non lasciarlo nemmeno respirare. Qualcosa di simile, certamente, si comincia a sentire da Washington.

Anaya sembra essere arrivato al tetto massimo di un peculiare “voto duro”, che nelle prime settimane gli ha fatto nutrire l’illusione di star andando verso l’alto. Ma si è arenato. Dopo gli attacchi feroci del PRI, può essere iniziata la sua caduta.

Un maggior numero di persone e di gruppi sta riflettendo su cosa vorrebbe dire che le cose continuino ad andare come vanno, che AMLO vinca e che il sistema debba riconoscerlo. Alcuni si preparano a sistemarsi e sognano già le posizioni che occuperanno. Spuntano rapidamente le “cavallette”. E se questo avviene? Molti temono che si produrrebbe un’immensa smobilitazione: milioni di persone nutrirebbero la falsa illusione che i loro problemi sarebbero presto risolti. È necessario prepararsi per reagire a questa eventualità.

E se le cose continuano ad andare come vanno e loro operano una gigantesca frode? E se in questo modo svegliano la tigre? Questa volta, pensano alcuni, AMLO non se ne andrebbe nel suo ranch né si accontenterebbe del Viale della Riforma, ma neppure potrebbe controllare o dirigere quella che sarebbe forse un’esplosione caotica di scontenti accumulati, scatenata da questa chiusura spettacolare delle possibilità di una transizione convenzionale.

Che significato avrà, in questa prospettiva che alcuni temono e altri desiderano, il lavoro paziente, semplice e discreto che si è andato compiendo nella base sociale? È un momento di pericolo, in qualsiasi degli scenari aperti. E se quelli che da tempo hanno smesso di confidare nel processo elettorale e nei cambiamenti dall’alto, quelli che non credono che il primo luglio si definisca un’autentica possibilità di cambiamento, se costoro si stanno preparando per offrire un altro canale, dal basso, alle forze dello scontento? E se…?

Traduzione a cura di Camminardomandando

testo originale: Gustavo Esteva “¿Qué tal si…?”, in La Jornada, 18/06/2018