di Gustavo Esteva

Come affrontare l’umore che si sta diffondendo, generato dal miscuglio di paura e false speranze imposto dall’incontinenza verbale e istrionica di candidati e partiti?
La ripetizione opprimente dell’orrore sembra abituarci ad esso. Ogni giorno veniamo a sapere di una nuova aggressione in Myanmar, in Palestina, in Siria… Quotidianamente si aggiungono cifre all’osceno conteggio dei nostri assassinati, sequestrati, torturati e fatti scomparire, cosa che fa del Messico uno dei paesi più violenti del mondo. Ogni giorno veniamo a conoscenza di nuove sofferenze di nostri compatrioti che affrontano la campagna di pulizia etnica che colpisce i migranti in tutto il mondo: milioni di coloro che stanno al di là del confine ormai non si azzardano a svolgere le loro attività quotidiane per paura della deportazione; centinaia di migliaia che non conoscono il paese in cui sono nati scoprono di non appartenere alla società in cui hanno trascorso quasi tutta la loro vita.
Questo mese si è aggiunta un’informazione allarmante alle notizie abituali sul cambiamento climatico. Un gruppo di scienziati di tutto rispetto ha avvertito, su basi molto solide, che l’aumento della radiazione ultravioletta sta danneggiando seriamente tutte le forme di vita sul pianeta, e quindi anche gli esseri umani. E ne ha identificato la causa: l’irresponsabile sperimentazione della geoingegneria militare, che trasforma il clima e il pianeta stesso in arma da utilizzare nella guerra in corso (Marvin Herndon et al., «Deadly Ultraviolet UV-C and UV-B Penetration to Earth’s Surface: Human and Environmental Health Implications», in Journal of Geography, Environment and Earth Science International, 14 (2), pp. 1-11, 2018). [Estratti in italiano nel blog: polareglaciale.wordpress.com]
Il paese che avevamo si è disfatto davanti ai nostri occhi. Ne rimane ben poco. Il capitale, con la complicità entusiastica delle classi politiche, regna senza ostacoli nella realtà sociale. La maschera del regime dominante è caduta, e grazie al signor Trump diventa sempre più difficile negare la sua natura e le sue caratteristiche, il suo razzismo e il suo sessismo.
Alla gravità e all’ampiezza della crisi economica, che costringe una maggioranza crescente di messicane e di messicani a stare al di sotto della cosiddetta soglia di povertà, si aggiunge quotidianamente l’espropriazione quasi sempre violenta di terre, acque, territori, diritti, tutto ciò che avevamo ottenuto in secoli di lotta sociale. Questo processo barbaro e distruttivo si è andato realizzando con la complicità entusiastica delle classi politiche, mentre prosegue il deterioramento di tutte le istituzioni.
Il capitale considerava la totalità della popolazione come manodopera attuale o potenziale. Alcuni decenni or sono ha creato una nuova classe: gli scarti, le persone che non sono utilizzabili, né adesso né in futuro. Ciò di cui ora stiamo facendo esperienza è un meccanismo in virtù del quale gli scarti vengono scartati, non solo con l’espulsione dall’apparato economico o dai loro territori, ma con l’eliminazione fisica.
Questa situazione colpisce principalmente i più poveri, ma sempre più anche le classi medie, la cui estensione si riduce continuamente. La minaccia economica generale si combina con la violenza criminale, generando una paura sempre più diffusa e intensa, che i mezzi di comunicazione incrementano continuamente.
In queste circostanze, è comprensibile che molta gente ricorra al noto meccanismo difensivo della negazione. Chiudere gli occhi è la prima forma di protezione dall’angoscia provocata da ciò che avviene, che in molti casi porta alla disperazione. Candidate e candidate stanno sfruttando questo momento di fragilità, questo rifugio psicologico, per inserire le proprie promesse. Richiamano vagamente le catastrofi che si avvicinano, e poi segnalano che la soluzione è alla portata di tutte e di tutti: basterà votare per la persona giusta il primo di luglio.
Nessuna delle minacce incombenti, molte delle quali già divenute realtà, cesserà di esistere dopo quella data. I processi che le producono continueranno e si approfondiranno. Cadere in queste promesse immorali è solo un’altra forma di negazione, è non avere il coraggio di vedere la gravità della nostra situazione, è non voler riconoscere ciò che è evidente: nessun ricambio di funzionari risolverà i problemi a cui ci troviamo di fronte.
Ci vuole molta forza d’animo per affrontare a piè fermo ciò che sta avvenendo. È quella che hanno dimostrato le popolazioni indigene nell’ottobre del 2016, quando hanno tempestivamente riconosciuto il rischio di estinzione a cui erano esposte e hanno deciso di passare all’offensiva. Si tratta di un’offensiva in corso che ha pienamente adempiuto i suoi propositi iniziali e nel giro di pochi giorni passerà ad una nuova fase.
La chiave di ciò che avverrà si trova nella nostra capacità di recuperare la speranza come forza sociale. Abbiamo bisogno di confidare nelle nostre capacità per ricostruire la società dal basso e per rendere inutili gli apparati marci del mercato e dello Stato. Abbiamo bisogno, soprattutto, di lottare contro la natura patriarcale di tutti i dispositivi istituzionali, nonché degli atteggiamenti e delle pratiche che configurano il regime dominante e che sono profondamente radicati e fatti propri dalla gente. A volte, tutto ciò sembra una piccola cosa, persino insignificante, e altre volte sembra qualcosa di gigantesco. L’importante è che si trova sempre alla nostra portata. Per questo è possibile ricostruire la speranza, che è l’essenza dei movimenti popolari.
gustavoesteva@gmail.com
Traduzione a cura di Camminardomandando
testo originale: “Reconstruir esperanza”, in La Jornada, 23/04/2018