La Marcia attraverso il territorio di Morelos, che oggi è partita dalla Colomba della Pace, il monumento emblematico alle porte di Cuernavaca, non sembra essere una marcia come tante altre. Presenta caratteristiche e prospettive che la rendono speciale.
Guidano la marcia Alejandro Vera, rettore dell’Università autonoma di Morelos, Javier Sicilia, del Movimento per la Pace con Giustizia e Dignità, e Ramón Castro, vescovo di Morelos. Ma partecipano anche l’imprenditore che dirige il Coordinamento dei movimenti sociali di Morelos (Coordinadora Morelense de Movimientos Sociales) e il leader degli autotrasportatori, così come il sindaco di Cuernavaca e molti altri personaggi e gruppi. C’è tutto Morelos.
È una marcia che esprime l’insofferenza e l’indignazione della gente, che è arrivata ai limiti della sua pazienza. La voragine che si è aperta nel Paso Exprès non è la goccia che ha fatto traboccare il vaso, che era già traboccato da molto tempo. Ma è diventata rapidamente il simbolo del disastro che si vive nello Stato di Morelos, in un momento in cui la corruzione si combina con l’incompetenza e l’irresponsabilità nel governo.
La marcia fa ancora appello alle autorità politiche del paese. Presenterà alcune richieste al Ministero dell’Interno, a partire dalla più fondamentale, ma molto complessa: il ripristino dello stato di diritto. Si cercano condizioni tanto indispensabili per la convivenza come la giustizia e la sicurezza.
Coloro che si sono riuniti per questa marcia non costituiscono un’alleanza politica o una coalizione. Fanno confluire le loro forze e le loro capacità politiche e istituzionali in un ultimo gesto, rispettoso ma fermo, che fa ancora appello ai poteri costituiti, fino ad ora incapaci di far uscire Morelos dalla situazione insostenibile a cui l’ha condotto l’attuale amministrazione del PRI (Partito della Rivoluzione Democratica)… con la complicità e il sostegno del governo federale.
È l’ultimo appello. Sono già pronti a prendere la strada della resistenza civile e a concordare le azioni di una società civile che comincia a prendere in mano la soluzione dei suoi problemi in ciascuna delle sfere della vita quotidiana. Si occuperanno della sicurezza, come già fanno molti gruppi e comunità nello Stato di Morelos e in tutto il paese, tramite dispositivi di autodifesa. Si organizzeranno per assumere responsabilità collettive ed esercitare nel concreto il loro potere politico e le loro capacità autonome, orientando gli impegni collettivi alla ricostruzione dal basso della società. Cercano di collocare la democrazia là dove deve stare, dove sta la gente, dove la gente stessa può stabilire e far rispettare le norme della convivenza.
In questa situazione, se le autorità si dimostrano ancora una volta cieche e sorde a richieste legittime della società civile, i cittadini di Morelos, appartenenti ai settori sociali più diversi che oggi hanno partecipato alla marcia, si lasceranno ispirare dalle iniziative dei popoli originari, che hanno trovato tutte le porte chiuse alle loro istanze di libertà, giustizia e democrazia.
Di fronte a una campagna di sterminio che li espropria e li aggredisce sistematicamente, che li tratta come esseri umani usa-e-getta a disposizione del capitale ed è interessata soltanto alle loro terre, alle loro acque e alle loro risorse, i popoli indigeni del Messico sono in movimento. Lo scorso ottobre hanno deciso di passare all’offensiva e hanno dato inizio alla loro insurrezione pacifica.
Mercoledì 26 luglio alcuni membri del coordinamento del Congresso Nazionale Indigeno (CNI) e la portavoce del Consiglio Indigeno di Governo si sono riuniti ad Oaxaca con un centinaio di rappresentanti di comunità e popoli indigeni di Oaxaca e con un gruppo assai rappresentativo della società civile organizzata dello Stato. Insieme hanno studiato il modo di rafforzare la partecipazione di Oaxaca al Consiglio e di portare avanti l’iniziativa che è stata annunciata il primo gennaio di quest’anno dal CNI, dopo aver consultato con le proprie basi gli accordi presi nel quinto Congresso del CNI, organizzato a San Cristóbal lo scorso ottobre.
La proposta del CNI includerà la registrazione della portavoce del Consiglio come candidata alla Presidenza della Repubblica, ma il CNI non cerca, come fanno tutti i partiti, di mettersi alla testa degli apparati marci che ancora chiamiamo governo. Si propone di smantellarli e di concentrare lo sforzo nelle capacità di organizzazione, di autonomia e di gestione della gente stessa, in tutti gli ambiti della realtà. La grande esperienza dei popoli originari in questo campo è stata continuamente osteggiata da partiti e autorità. Oggi la stanno rafforzando e nello stesso tempo la condividono con il resto della società, in modo tale che ciascuno a suo modo, nel suo contesto, possa realizzare il compito della ricostruzione.
Con la costituzione, nello scorso mese di maggio, del proprio Consiglio Indigeno di Governo, il CNI non cerca di sostituire le forme di autogoverno di comunità e villaggi, che si estenderà sempre più a quartieri e colonie nelle città. E non sarà neppure un governo parallelo o fantasma di fronte agli apparati statali. Sarà una modalità effettiva di affrontare l’ingovernabilità generalizzata, mentre le istanze statali al servizio del capitale e della criminalità si mostrano sempre più incapaci di svolgere le proprie funzioni. Con l’autorità morale che ancora possiedono, i popoli originari stanno già convertendo la propria insurrezione pacifica in una possibilità reale di ristabilire la convivenza armoniosa fra messicane e messicani, arrestando finalmente lo slittamento verso la barbarie che caratterizza oggi il fallimento del regime dominante.
