Di Gustavo Esteva
Il coraggio di ribellarsi, risultato naturale dei terremoti di fronte agli atteggiamenti e ai comportamenti delle autorità, porta pericolosamente allo scontro con i nostri fascisti, quelli che stanno in alto come quelli che stanno in basso.
Celebriamo in tutti i modi possibili la reazione amorevole e solidale che è scaturita dalle profondità messicane davanti alla disgrazia. Le mobilitazioni si incanalano a poco a poco verso forme innovative e sensate di ricostruzione. Resistono all’ossessione di demolire e controllare, con cui le autorità vanno in cerca di profitti economici e politici. Cercano, inoltre, di trasformare la tragedia in opportunità di spargere i semi di una nuova società.
Dall’altro lato c’è l’orrore. Dobbiamo valutare con cura l’atteggiamento di migliaia, milioni di persone che, dopo essere rimaste paralizzate, aver teso la mano ed essersi fatti trasportare dai venti che soffiano dall’alto, generano la propria turbolenza “dal basso”.
Il Consiglio Indigeno di Governo e le intense attività della sua portavoce, Marichuy, che comincia a denunciare le trappole tecnologiche e burocratiche dell’Istituto Elettorale Nazionale, lanciano una sfida immensa a governanti, partiti e analisti. Costoro reagiscono come c’era da attendersi, con freddezze indifferenti, squalifiche o repressione e sforzi disperati di controllo.
Pochi si aspettavano, tuttavia, le reazioni profondamente razziste e sessiste che circolano sulle reti sociali. Sono sintomi di un fenomeno pericoloso. A fronte del coraggio della rivolta pacifica e costruttiva che i terremoti hanno risvegliato, sorgono passioni che nascono dalla spaccatura sociale analizzata da Raúl Zibechi su queste pagine lo scorso 13 ottobre. Il suo articolo aveva un titolo preciso: “La fine delle società democratiche in America Latina”. Affermava la necessità di domandarsi perché è emersa una nuova destra capillare così reazionaria, così incapace di dialogare, che ha lacerato il tessuto sociale dagli Stati Uniti fino al Sudamerica. Dobbiamo veramente porci questa domanda ed agire con la consapevolezza che esiste già un ‘noi’, costituito da quelli (me compreso) che tentano di sondare i limiti del sistema per poterli trascendere, e un ‘loro’, costituito da quelli che dal sistema ottengono benefici, allo stesso tempo una fortuna e un’elemosina, e si dedicano apertamente a difenderlo… e a scontrarsi con noi. Da quella parte stanno sia grandi figure politiche ed economiche che modeste persone della classe media o popolare che si aggregano entusiaste alle carovane governative in cerca di prebende.
Il fascismo è una delle risposte possibili a una crisi come quella attuale, quando l’ordine esistente si disgrega. Promuove l’unità, implicita nella parola fascio, e cerca di padroneggiare la crisi più che di annullarla. Vive di questa tensione. Richiama a una presunta uguaglianza e unità di sentimenti. Può essere visto come radicalismo di destra, ma incarnandosi in forme nazionaliste e pragmatiche adotta sembianze che non sempre trovano posto nel quadro destra-sinistra.
Un’ideologia fascista non esiste in senso proprio; sarebbe sterile cercare di tracciarne i caratteri. L’importante è identificare le condizioni in cui nasce, come viene favorita, cosa rende possibile il suo trionfo. Ci sono resistenze nel condurre queste analisi, perché dimostrano quanti di coloro che si proclamano antifascisti, o per lo meno hanno preso le distanze dai fascismi di ieri e di oggi, sono già caduti nelle sue reti.
In condizioni come quelle attuali si generalizza un istinto di sopravvivenza. Al grido di “Si salvi chi può” ciascuno cerca di sopravvivere… Questo succede specialmente per le classi in ascesa, che si sentono a rischio di sprofondare; è per questo che il fascismo prende piede soprattutto nella classe media. Per sopravvivere, bisogna imparare soprattutto ad arrampicarsi sull’altro, perdendo rapidamente la dignità. Tutto diventa valido e legittimo, basta non essere tra quelli che affondano. Per questa ragione è necessario inventare ebrei, una classe alle spese della quale si sopravvivrà. In diversi paesi possono chiamarsi clandestini o migranti; da noi si chiamano indios, marginali, dannati, fottuti…
Davanti all’intolleranza che circola ormai dappertutto, non basta evocare la tolleranza, che sempre presuppone discriminazione e che è fragile in tempi di crisi. È necessario aprirsi in modo ospitale all’altro, all’altra, riconoscendo il suo valore, il suo posto, i suoi diritti, rispettando e celebrando la sua diversità.
La medicina migliore contro la tendenza fascista, che traspare persino tra amici e vicini, si chiama dignità. “Cosa vogliono dire con questa cosa della dignità?”, ha chiesto impaziente il principale negoziatore governativo a San Andrés, nel 1996; gli dava fastidio che gli zapatisti e i loro consulenti spesso si appellassero a essa. Non lo sapeva, per questo doveva chiedere. È questo il problema. Anche se l’incidente scatenò una valanga di risate in tutta la Selva Lacandona, c’è poco da ridere. Dobbiamo discutere a fondo cosa significhi ignorare o perdere la dignità.
Non c’è dignità alcuna, per esempio, in quelli che negoziano il TLCAN, costretti da Trump. Dato che pensano tutto in termini economici, è pertinente lanciar loro una citazione di Keynes: “Ho più simpatia per quanti vorrebbero ridurre al minimo l’interconnessione tra le nazioni che per quelli che vorrebbero portarla al massimo. Le idee, la conoscenza, l’arte, l’ospitalità, i viaggi – tutto ciò dev’essere per sua stessa natura internazionale. Ma lasciamo che i beni siano fatti in casa, sempre che sia ragionevole e conveniente; soprattutto, lasciamo che le finanze siano prima di tutto nazionali”. La citazione è sufficiente a mettere in luce le contraddizioni che vengono sollevate dall’era Trump… e che i negoziatori messicani non capiranno mai. Mostra un’altra radice dei loro fascismi, di quelli che hanno loro.
Gustavo Esteva
foto: Paola Peracchio Namibia
traduzione a cura di camminardomandando
