Aprire bene gli occhi è un atto temerario: è sconvolgente vedere il disastro sempre più generale e agghiacciante. Chiuderli è un gesto suicida: l’orrore ci coglie alla sprovvista, e non sappiamo nemmeno da dove viene il colpo che ci viene inflitto. È insensato negare questa guerra a cui non c’è modo di sfuggire. Di fronte ad essa, come alimentare paure sensate e speranze ben fondate? Come evitare illusioni controproducenti e riporre la speranza in cammini da cui possa germogliare un futuro?

Il capitale e i governi al suo servizio, messi alle strette di fronte ai limiti interni ed esterni contro cui sono andati a sbattere, useranno tutti i mezzi legali e illegali per continuare la loro opera di rapina, che portano avanti distruggendo allo stesso modo natura, territori e diritti. L’autodistruzione del capitalismo lo fa scivolare nella barbarie. Non può fermare o invertire il processo del suo esaurimento, ma non può neanche trovare un altro modo per scomparire. Ci trascina con sé nel baratro.

L’aggressione sembra inarrestabile. Continuerà quella che si realizza contro la Siria, il Venezuela… o il Messico. Dobbiamo reagire. È il momento, ad esempio, di offrire al popolo venezuelano la maggior solidarietà possibile. Ma bisogna farlo con la consapevolezza che solo l’azione coraggiosa e organizzata delle basi collettive che il popolo venezuelano è stato capace di costruire potrà affrontare le immense sfide di fronte a cui si trova. Da queste basi, molto più che dai successi o dagli insuccessi dei loro dirigenti, dipende la difesa del paese di fronte all’assalto di forze interne ed esterne sempre più apertamente coalizzate. L’Organizzazione degli Stati Americani torna ad essere l’ufficio coloniale di Washington, con la complicità di governi vergognosamente asserviti ad esso, come quello messicano. Le forze dell’opposizione continueranno a strumentalizzare il reale malcontento di ampi settori della popolazione e le loro legittime rivendicazioni per cercare di giustificare a livello sociale e politico il feroce attacco antidemocratico che incentivano.

Nutrire un sensato timore di fronte a prospettive di questo genere, che consigliano prudenza e moderazione, senza per questo abbassare la guardia, esige che nello stesso tempo si resista a tentazioni e illusioni che prendono forma da tutte le parti con riferimento a circostanze elettorali o confronti aperti. Milioni di messicani nutrono ancora l’illusione che un cambiamento di dirigenti possa smussare gli spigoli più aggressivi del sistema, come a volte ha promesso López Obrador, e che questo, unitamente a più programmi sociali, meno impunità e più dignità nelle prese di posizione internazionali del Messico, permetterà di far fronte alle nostre situazioni interne ed esterne.

Allo stesso modo, ormai non è importante né utile speculare sulle possibilità reali che AMLO [Andres Manuel López Obrador] o Morena vincano elezioni locali o nazionali, o che facciano quello che promettono qualora riescano ad occupare i posti a cui aspirano. L’importante è mettere in evidenza che, anche se tutto questo si realizzasse, continueremmo a precipitare nell’abisso attuale. Nessun dirigente, di nessun partito, potrebbe impedire la caduta attuale nell’abisso.

Per nutrire la speranza che in Messico o in Venezuela si consolidi e si allarghi l’organizzazione nella base sociale che può far fronte alle difficili situazioni attuali, abbiamo bisogno di avere ben chiaro il senso dell’impegno. È inutile e controproducente continuare a cercare spazi all’interno del sistema. Abbiamo bisogno di organizzarci apertamente contro il capitalismo e il patriarcato senza riserve mentali o pratiche, il che significa costruire forme di esistenza e di organizzazione che se li lascino alle spalle.

Percorrendo questo cammino, dai contorni poco definiti, dobbiamo sapere che il nemico principale è dentro di noi. Il capitalismo si basa sulla costruzione di individui bisognosi e pieni di desideri: veniamo programmati per avere il bisogno e il desiderio delle merci sulla cui transazione si basa il sistema. Organizzarci per la sopravvivenza e la lotta, di fronte al capitalismo che ci sta portando alla barbarie, non significa farlo per essere noi a soddisfare quei bisogni e quei desideri, in autonomia, pensando che in questo modo logoreremmo il sistema. In realtà lo staremmo rafforzando. La prima cosa è renderci autonomi da quei bisogni e da quei desideri, con la piena consapevolezza che ogni bisogno è frutto di una rapina e ogni desiderio è una costruzione sociale che assume la sua forma specifica all’interno di una società capitalistica.

La recinzione dei commons [l’esproprio delle terre comuni] che ha dato origine al capitalismo ha creato persone bisognose di casa, lavoro e cibo… Hanno perso la condizione che avevano prima di venire espropriati; da allora le merci hanno definito i loro bisogni. Non è facile riapprendere ad essere noi stessi, non è facile abbandonare bisogni reali o presunti che ci hanno imposto. Ed è ancora più difficile riacquisire i nostri autentici desideri e connetterli con la realtà. Ma questo è il compito da svolgere.

Esaminare questo compito nelle sfere della vita quotidiana ci permette di vedere di che cosa si tratta. Di fronte alla gravissima crisi alimentare, non si tratta di competere con l’agroindustria e di averla vinta, e non basta modificare politiche pubbliche aberranti. La sovranità alimentare, secondo Via Campesina, implica che siamo noi a decidere quello che mangiamo (non il Mercato o lo Stato) e a produrlo. Piccoli contadini, principalmente donne, nutrono attualmente il 70 per cento della popolazione mondiale. All’Avana si produce il 60 per cento di quello che si mangia all’Avana…

Per realizzare questo compito possiamo imparare dai cosiddetti popoli nativi, e specialmente da quelli che non si sono mai lasciati espropriare completamente e non hanno cessato di essere se stessi. La loro nozione di salute, ad esempio, è molto più sana della dipendenza dalla dittatura medica… e non prescinde da antibiotici e ultrasuoni… Il loro cammino sembra essere ricco di semi di futuro per tutti.

gustavoesteva@gmail.com

traduzione a cura di camminar domandando

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