Insegnanti e padri di famiglia si preparano alla lotta. Oggi verrà reso noto il nuovo modello educativo, ovvero si saprà fin dove l’attuale amministrazione spingerà la sua ansia di smantellare e privatizzare l’educazione. Stanno già preparando una risposta.

Così il ministro dell’Istruzione capirà che la cosiddetta riforma educativa è stata concepita e attuata senza una definizione chiara del suo orientamento pedagogico e del suo contenuto educativo. Non era priva di significato, ma poiché il suo obiettivo era, e continua ad essere, inconfessabile, era necessario tenerlo nascosto. Quello di oggi sarà un nuovo modo per occultarlo.

La rapida urbanizzazione del Messico è coincisa, paradossalmente, con la crescita delle piccole comunità rurali. Due terzi dei messicani abitano in città, ma il 10% vive in comunità di meno di 500 abitanti, e più del 20% in comunità di meno di 2.500 abitanti. La percentuale di popolazione rurale sul totale dei messicani ha continuato a scendere a partire dagli anni ’40… Ma oggi ci sono più contadini che mai.

Le élites economiche e politiche del paese, con poche eccezioni, sono sempre state contrarie a questo modo di vivere. Nuño è soltanto un recente e modesto personaggio di una lunga serie di nemici della vita contadina e delle piccole comunità. Nel 1991, ad Hermosillo, Carlos Hank ha dichiarato che il suo dovere, come ministro dell’Agricoltura, era quello di mandar via dalla campagna 10 milioni di contadini. L’infausto signor Usabiaga, anch’egli ministro dell’Agricoltura, ha alzato il tiro a 20 milioni; il suo capo, il presidente Fox, ha detto che i contadini espulsi avrebbero potuto fare i giardinieri in Texas o aprire un negozietto. Visitando una comunità di Oaxaca, rasa al suolo dall’uragano Paulina, Ernesto Zedillo ha confessato il suo imbarazzo: la natura aveva fatto quello che loro – i governi – avrebbero dovuto fare molto tempo prima.

Il signor Nuño vuole chiudere 100mila scuole, la metà di quelle che esistono attualmente nel paese, la maggior parte delle quali si trova in zone rurali. I bambini e le bambine saranno portati in scuole di concentramento; sì, proprio così si chiamano, l’allusione è molto chiara. Poiché perderanno il loro radicamento nelle rispettive comunità, queste tenderanno a scomparire. E quelli che non potranno abbandonarle smetteranno di andare a scuola.

Questa ossessione delle élites si collega con un’altra – disfarsi delle popolazioni indigene – che hanno ereditato da quelli che fondarono la nazione.

Nella Costituzione del 1824, quando rappresentavano i due terzi della popolazione del nuovissimo Stato, vennero trattati come stranieri. Poco dopo si propose di sterminarli, come facevano i vicini del Nord che si volevano imitare in tutto. Invece che per il genocidio, optarono per il culturicidio: educarli all’estinzione. E in larga misura ci riuscirono: milioni di indigeni smisero di essere tali passando attraverso il setaccio della scuola. Molti riescono a mantenere la propria identità e la propria cultura dopo qualche anno di scuola; quasi nessuno ci riesce se arriva all’università. Ciò significa che una parte di coloro che continuano ancora oggi ad essere membri di un popolo indigeno riesce a conservare la propria condizione grazie a una bassa scolarità. Il piano di Nuño colpirà soprattutto le popolazioni indigene; come i suoi predecessori, Nuño cerca di estinguerle.

Questa minaccia si combina con un’altra, ancora più perversa. L’offerta che si sta facendo per migliorare le condizioni materiali e le attrezzature di alcune scuole – quelle che saranno scuole di concentramento – impegna in maniera truffaldina risorse attuali e future non solo di comunità e municipi, ma anche dei genitori. Prepara una nuova e insidiosa forma di privatizzazione, imitando ancora una volta i vicini del Nord: non si privatizzeranno soltanto i beni, ma anche le stesse risorse pubbliche. Destinandole a scuole private, come già si fa negli Stati Uniti, le risorse pubbliche si convertono in profitti di privati – alle spese dei genitori, delle comunità e dell’educazione stessa, che diventerà sempre più discriminante, escludente ed estranea alla nostra condizione pluriculturale.

La minaccia è molto reale e tragica: intacca le basi stesse della nostra esistenza sociale, non solo l’istruzione delle bambine e dei bambini; intacca l’economia dei genitori e delle comunità, l’occupazione e le condizioni di lavoro degli insegnanti. Ma non rimarrà senza risposta. Nonostante le debolezze e le divisioni che la brutale aggressione delle autorità ha provocato nella CNTE,1 e in particolare nella sezione 22 di Oaxaca, gli insegnanti si riorganizzano. Stanno modificando in senso autocritico certe strategie che li hanno allontanati dai genitori e dalle comunità e hanno creato intorno a loro un clima ostile, inasprito dalla propaganda del governo. Tornano ad avvicinarsi ai genitori e alle comunità per mostrare che la lotta attuale non è puramente corporativa, ma è una lotta sociale e politica per la sopravvivenza.

Nella fase attuale di accumulazione per spossessamento, il capitale cerca di spopolare i territori di cui vuole impadronirsi. Le popolazioni indigene e contadine difendono non solo i suoli, le terre e le acque, ma la vita stessa, la Madre Terra. La loro lotta è saldamente radicata nelle piccole comunità in cui risiedono, ma nello stesso tempo è di natura globale: è condotta da tutte le parti, di fronte alla cieca irresponsabilità di quelli che cercano di imporre la propria volontà a tutti gli altri. La resistenza cresce senza sosta e si trasforma sempre più in volontà e organizzazione per sostituire questo regime criminale con una forma di vita sociale giusta e rispettosa della vita. È venuta l’ora del cambiamento.

gustavoesteva@gmail.com

traduzione a cura di camminardomandando

1

N.d.t. – Coordinadora Nacional de Trabajadores de la Educación, sindacato degli insegnanti.