Ayotzinapa è punto di biforcazione. Nella nostra storia c’è un prima e un dopo Ayotzinapa. Dobbiamo sapere bene perché.
Ayotzinapa è biforcazione perchè ha offerto una prova contundente di ciò che sospettavamo e temevamo, ma non avevamo potuto dimostrare.
Quello che ora non possiamo fare è chiudere gli occhi di fronte all’evidenza. Dobbiamo lottare a pié fermo con i fatti e agire di conseguenza. Oggi sappiamo con chiarezza qual è la natura dell’orrore in cui ci troviamo e la sua origine. E questo indica il compito… sebbene lo renda immenso.
Le nostre analisi indicavano con chiarezza prima di Ayotzinapa che in Messico era stata cancellata la linea che distingue il mondo del crimine dal mondo delle istituzioni. Affermavamo che non eravamo un narco-Stato, se con questa espressione si intendeva segnalare una situazione nella quale i criminali si impossessano delle istituzioni. Suggerivamo che le stesse istituzioni si erano trasformate in apparati criminali e che perfino le leggi al di erano marcate dallo stesso segno ed erano già espressione di illegalità. Dicevamo esplicitamente che i criminali proliferavano dentro e fuori gli apparati statali e svolgevano compiti di governo … al di fuori di ogni norma e legittimità istituzionale.
Ogni genere di coperture, però. nascondeva queste situazioni e impediva di vederle con chiarezza. Sembrava che solo gli specialisti potessero denunciare quello che accadeva senza riuscire a dimostrarlo.
Ayotzinapa scosse il paese e il mondo, perché finalmente offriva le prove. Le nostre analisi risultarono giuste.
Restavano, tuttavia, molti fili pendenti. Il governo inquinò prove e investigazioni e generò confusione con una ampia campagna che cercava di far valere una verità storica che di nuovo nascondeva ciò che avevamo scoperto. Il lavoro del Gruppo Interdisciplinare di Esperti Indipendenti (GIEI), della Commissione Interamericana per i Diritti Umani (CIDH), liquidò questa distorsione. Mai aveva avuto molta credibilità. Ora è del tutto insostenibile.
Al concludere il suo lavoro, il GIEI ha dato amplissima prova della qualità morale, della competenza tecnica e dell’indipendenza di giudizio di coloro che lo componevano, malgrado la perversa campagna contro di esso. Sebbene non abbia potuto concludere il suo lavoro e abbia dimostrato grande prudenza, rigore e cautela, nei suoi documenti ha offerto prove sufficienti su ciò che ci interessa. Ora nessuno può più ingannarsi. La CIDH, nonostante le sue enormi limitazioni legali e istituzionali, è obbligata a dar corso al lavoro.
Il documento del GIEI deve essere oggetto di attenti studi. Deve essere esaminato con lo stesso rigore con cui è stato preparato. Passerà del tempo prima di poter usufruire pienamente del suo contenuto. Però già ora ha offerto elementi sufficienti su quello che si voleva sapere. Non è un documento basato su speculazioni, opposizioni e forzature, come la famosa verità storica del governo. Si è basato fondamentalmente su prove documentarie e audiovisive, la maggioranza delle quali sono parte degli incartamenti sul caso e hanno, pertanto, valore ufficiale.
Non è facile assumere pienamente le nostre responsabilità in tali circostanze. I compiti sono immensi e radicalmente nuovi. I dati del percorso sono confusi e incerti, come pure il risultato delle iniziative che assumiamo.
È utile, indubbiamente, identificare criminali specifici, quali i funzionari le cui malefatte e irregolarità sono state esibite dal GIEI. È utile far sì che tutti coloro che sono coinvolti in crimini acclarati, fino al più alto livello dell’amministrazione federale, siano formalmente accusati e vengano portati in giudizio. Però sarebbe assurdo concentrare le nostre energie su questo, perché dobbiamo inoltre anche disfarci di quanti integrano la casta del potere politico ed economico, dedita alla rapina e alla spoliazione con metodi criminali e delle classi politiche che rendono possibile la loro esistenza e operatività.
Con le prove che abbiamo in mano e che non possiamo nascondere sotto il tappeto, personalizzare ciò che accade si trasforma in patologia sociale e politica. Ancor più patologico sarebbe credere che la semplice sostituzione dei governanti possa cambiare lo stato delle cose. Le esperienze che si moltiplicano in America Latina e in altre parti del mondo, chiaramente analoghe alla nostra, confermano ciò che abbiamo di fronte.
Ciò che è necessario è lo smantellamento radicale di tutti questi apparati. Dobbiamo disfarci delle istituzioni che si definiscono tuttora democrazia e stato di diritto, sebbene non siano nessuna delle due cose e costituiscano puri dispositivi criminali di controllo, rapina e dominazione. Non si tratta di eleggere altri funzionari a capo di questi dispositivi o prenderli nelle nostre mani, ma di ricostruire il tutto. Confidiamo in quello che disse una volta John Berger, che il solo fatto di dirlo, mette radici alla speranza.
Gustavo Esteva
traduzione a cura di camminardomandando
