Il seminario stava per finire: Il pensiero critico di fronte all’idra capitalista. In piena cerimonia di chiusura, questo sabato, ci è arrivata la notizia: stanno reprimendo i compagni a San Quintìn. Trovava conferma, nel modo peggiore, ciò che avevamo appena analizzato. Come aveva sottolineato il subcomandante Moisès, questo ci diceva che forse non abbiamo più il tempo che credevamo di avere. La tempesta si inasprisce e ci tormenta. Si accumulano le sofferenze. Non siamo ancora guariti da Ayotzinapa, siamo ancora in attesa dei nostri 43, e succede questo. E questo richiede una reazione immediata, se abbiamo imparato qualcosa nel semenzaio, per capire come allertarci, curarci l’un l’altro, come tessere le nostre storie….
Credo che a nessuno tremò la penna o la parola quando dovette dare forma all’orrore. Eravamo carichi di emozione, però anche di rigore analitico e storico. Eravamo riusciti a far vedere, crudamente, molte delle teste dell’idra e anche come il modo di tagliarle ne moltiplicasse il numero. Ci era anche chiaro che, nonostante le brillanti, molteplici e solide analisi, tuttora ci manca molto: abbiamo appena cominciato. Per lo meno è stato possibile definire il terreno teorico e pratico nel quale poter seminare i semi della conoscenza che abbiamo appreso, per coltivarli ognuno a modo suo nei vivai che possiamo aprire ovunque.
Il compito più pressante è chiaro: tornando a casa, senza irresponsabile fretta, ma con un sentimento d’urgenza, dobbiamo moltiplicare i semenzai. Quelli che partecipano a collettivi, assemblee, propri spazi di riflessione, modi autonomi di pensare o agire, devono condividere al loro interno quello che hanno appreso, sia per avventurarsi su nuove strade che si sono aperte, sia per percorrere nuovamente, con nuovi occhi, quelle che hanno percorso mille volte. Coloro che non hanno di questi spazi, devono crearne, anche solo con gli amici o le amiche più prossimi.
Tra le cose più importanti scoperte al semenzaio è la consapevolezza puntuale della gravità del momento. Dalle posizioni più diverse, in un ampio ventaglio in cui sono state rese evidenti differenze importanti, abbiamo individuato il grande pericolo che grava su noi tutti, da cui nessuno è escluso.
E si, è stato affascinante. Ma la verità è che all’incontro eravamo inquieti. Che fare di fronte a questo evento sconvolgente, minaccioso, catastrofico, una condizione che non lascia alcuno spazio all’ottimismo e molto poco alla speranza?
Continuavamo a farci la stessa domanda, sapendo che le vecchie risposte non funzionano più. Ma esse pesano ancora: l’immaginazione si paralizza se vengono abbandonate troppo in fretta.
Non abbiamo ottenuto una risposta. Ne abbiamo ascoltate molte. E’ così la natura delle resistenze e delle ribellioni di oggi. Non consistono solamente nell’opporsi a qualcosa, per resistere l’aggressione di una qualsiasi delle teste dell’idra. E’ chiaro, per molte e molti dei partecipanti al semenzaio, che l’unico modo di agire è quello di moltiplicare i no, i rifiuti radicali a quello che ci minaccia e ci opprime, e con la stessa operazione, moltiplicare i si, i diversi modi di costruire il mondo nuovo.
Credo che molte e molti di noi abbiano imparato la lezione principale: non avvinghiarsi a una posizione su ciò che sia meglio.
Più e più volte, nelle parole ripetute del subcomandante Moises, gli zapatisti ci hanno tolto la voglia e la capacità di idealizzarli e ci hanno fatto capire che non dobbiamo imitarli. Era necessario sottoporci a questa operazione quasi chirurgica. L’emozione di essere nel territorio zapatista, l’impronta che la escuelita ha lasciato sui vari partecipanti, le gesta di questi 30 anni, la vitalità di un’iniziativa che sembra essere la più radicale e importante al mondo e persino il fatto che gli zapatisti abbiano convocato questo seminario con il loro tradizionale senso di opportunità politica, tutto questo portava a una perdita del senso di realtà. Anche fosse stato possibile e sensato riprodurre questa esperienza tale e quale, ciascuno nei suoi territori, non abbiamo più il tempo che hanno avuto loro.
Una delle sfide più difficili, tra le tante che ci portiamo a casa, è quella di condividere queste riflessioni e il senso dell’urgenza con compagni e fratelli che sembrano distratti, che non percepiscono né sentono la gravità del momento attuale, che hanno ancora speranze che le cose ritornino ad essere normali e che, perciò, si aggrappano a percorsi abituali. Come trovare le parole semplici che consentano condividere senza offendere e aprire al risveglio altre menti e cuori con cui abbiamo bisogno di affratellarci?
Ci portiamo dietro molti pesi sulle spalle. Ma sono spalle rinnovate e piene di coraggio. Possiamo camminare e persino trottare con questo peso.
Traduzione a cura di camminardomandando
