Illich tenne questo discorso – che sarebbe stato l’ultimo – in italiano alla Scuola per la Pace della Provincia di Lucca il 2 ottobre 2002, due mesi prima della morte. Aldo Zanchetta organizzò l’incontro a cui partecipò un pubblico straripante. Paolo Coluccia ha trascritto la conferenza dal DVD, segnalando i contesti vissuti di alcune affermazioni. La nuova versione qui presentata [a cura di Camminardomandando e di Giovanna Morelli] ha cercato un equilibrio tra fedeltà al parlato e leggibilità di un testo scritto, verificando ed elaborando sia la trascrizione che la traduzione inglese, frutto di un lavoro collettivo organizzato da Sajay Samuel, amico di Illich e profondo conoscitore del suo pensiero. La versione inglese “ha cercato di preservare il sapore delle osservazioni orali” (Conspiratio. Periodical for Thinking After Ivan Illich, Number 4 Spring 2023; editor S. Samuel, pp. 98-110). In entrambe le versioni sono state aggiunte parentesi […] per integrare il senso e sono stati interpretati alcuni punti del discorso che risultavano di non facile comprensione. Le note dei curatori italiani sono siglate con [N2]

 Voglio ringraziare Aldo [Zanchetta] e don Achille Rossi, parroco di Città di Castello. L’ho sempre ammirato per il periodico incredibilmente locale L’Altrapagina, che è conosciuto in Messico e in Germania. Affronta sempre i problemi, le domande più generali, dal punto di vista locale. È a Città di Castello che ho conosciuto Aldo. Ci siamo intesi rapidamente, ed eccomi qui.

Ho detto ad Aldo che gli avrei messo a disposizione tre manoscritti. Una mia introduzione, un articolo del professore di «economia aziendale» Sajay Samuel, originario dell’India, che è seduto lì, e uno di Silja Samerski.[2] Non posso dare questi manoscritti adesso per due motivi: quel tipo laggiù[3] non ha ancora terminato l’articolo sulla decisione dal punto di vista dei decision maker; non abbiamo ancora trovato il traduttore dal tedesco per l’articolo di Silja, che è una genetista e si occupa della decisione alla quale in certi paesi si forzano le donne attraverso la consultazione genetica prenatale. Credo che ciò che voglio discutere con voi sia importante e possa essere formulato in modo tale da attirare l’attenzione pubblica sull’argomento che intendo presentare.

Ho deciso di parlare liberamente, sulla base dei miei appunti. In questo modo sarà più facile per voi interrompermi. Un’altra cosa: se la mia voce diventa troppo bassa o se la mia pronuncia è difficile da capire… per favore, fatemi un segno! Ho questo tumore qui che rende la bocca così dolorosa che non posso contemporaneamente pensare in modo intelligente e portare una dentiera. Grazie a Dio in un certo momento della mia vita ho seguito corsi di sanscrito. Mi sono sottoposto a quella prova, a quell’esercizio da santi quasi trent’anni fa, e così ho iniziato a formulare frasi anche senza l’uso dei denti, ma per favore, protestate se non sono comprensibile!

La questione che voglio sottoporre al vostro esame è il modo in cui la cosiddetta «comunicazione» rende, ad esempio, sempre più difficile ciò che sant’Ignazio avrebbe chiamato electio [scelta]. Sono un ammiratore degli esercizi di sant’Ignazio anche come storico, non solo per il bene che ne ho tratto. Gli Esercizi di sant’Ignazio sono una straordinaria innovazione ascetico-mistica. Ti danno un metodo per comprendere la volontà di Dio, la chiamata di Dio. Sono anche un metodo per l’electio di ciò che voglio fare adesso per obbedire a questa vocazione [la chiamata di Dio]. Per me sono anche una presentazione di ciò che è l’electio, come libera scelta personale determinata da un télos, dal bene.

La tesi che voglio esporre è la seguente: quanto più intensamente il mio pensiero e il mio sapere sono frutto di quella che oggi si chiama comunicazione [e dell’informazione da essa trasmessa], tanto meno posso decidere, o meglio fare un’electio della mia vita basata sulla mia conoscenza, sui miei sensi, sul mio senso comune, sulla mia esperienza, sulla cerchia [dei miei amici], sulla conspiratio con gli amici – [tutte] quelle cose che mi permettono di percepire il bene. Voglio far riflettere sul pericolo implicito che la comunicazione, oltre una certa intensità, rappresenta per il sapere sovrano e autonomo su cui si fonda la libertà sovrana. Tale libertà, plasmata dalla nostra tradizione classica e, in una forma completamente nuova, dalla tradizione cristiana, ha formato la cultura occidentale in cui viviamo.

Voglio procedere nel modo seguente: innanzitutto mi sembra che sia importante separare [due idee]: comunicazione e pace. Quello che posso dire qui a Lucca è più difficile da dire in California, e ancor più nella vostra India[4] o nel vostro mondo islamico,[5] perché non hanno la nostra tradizione. Chiarirò in che senso mi permetto di parlare di questo slegamento, di questa separazione tra pace e comunicazione.

Voglio esporre un poco di più l’ idea che Aldo ha così abilmente accennato in poche parole nella sua introduzione. Vorrei mostrare in che modo la comunicazione, oltre una certa intensità, diventa disumana.  Aldo lo ha detto molto bene: «dis-incarnata» è la parola che ha usato, con la quale mi ha sorpreso, e sono andato immediatamente ad annotarmela. Globalizzazione virtuale, [qualcosa] che non esiste. Voglio chiarire che parlerò in una forma – non scandalizzatevi, per favore – che è stravagante, dal latino extra-vagari [vagare fuori]. Vagare è un concetto bellissimo. Nel latino medievale [implica] donarsi comodamente al momento, per questo esistevano i monasteri. [In] sant’Agostino, la parola extra-vagari indica l’otium, il tempo dedicato a guardare, dal di fuori, ciò che si vive oggi, qui. In questo spirito, voglio parlare in modo stravagante.

Mi interessa far capire perché, secondo me, la comunicazione implica quasi sempre un’aggressione al senso comune. Il senso comune che prima si aveva come un vero e proprio senso per giudicare in ogni circostanza ciò che è buono, conveniente, naturale; pensiamo ai disegni di Leonardo e alle discussioni su dove fosse la sua sede, nell’ipofisi o vicino al cuore. Un senso che oggi la medicina e l’anatomia non conoscono più. Parlo in modo extravagante della diminuzione o della scomparsa di questo senso specifico.

A tale proposito racconterò una parabola. Parlerò di una frase che avevo sulla scrivania, una copia di un vecchio documento che ho prestato a qualcuno che non me l’ha restituito, e non sono tornato negli archivi della Spagna per farmi un’altra copia – la ricordo a memoria. [È] una frase di Filippo II, re di Spagna: una parabola. Una parabola non è una similitudine, una parabola non è un’analogia… Come sappiamo dagli studi della Sacra Scrittura, è, nel migliore dei casi, una storiella arguta, uno scherzo, uno scherzo ebraico, arabo. Quando dovevo preparare le omelie, e provavo la lettura del Vangelo della domenica, incontravo un punto centrale, nevralgico, mi mettevo a ridere e poi mi dicevo: «Ora capisco!». Racconterò una parabola su Filippo II per farvi capire cos’è la sovranità. Penso che sia molto importante parlare anche dello straordinario attacco alla sovranità statale, che Bush ha compiuto in questo momento rappresentando l’America come il guardiano del mondo. Perché gli Stati sovrani hanno bisogno per esistere di un poliziotto al di là dei sovrani ?

Mi sembra che la comunicazione, usata oltre una certa intensità e senza autocontrollo ascetico, costituisca un pericolo simile per l’io sovrano. Questo è quanto porrò in questione – non mi piace la parola problematizzazione. Quando ero bambino, i problemi esistevano solo in matematica; quando avevo 20 anni, 25 anni, ho appreso che i bambini poveri avevano problemi; oggi tutto è problematico, non è vero? Voglio mostrare la difficoltà della cosiddetta autodeterminazione, in quanto si pretende di fondarla su una informazione o comunicazione continua.

E per finire, concluderò con una riflessione sulle parole e gli oggetti che nella nostra società moderna funzionano magicamente, religiosamente (per far capire rapidamente dove voglio andare a parare).[6] Non voglio essere un uomo religioso. Io sono il discendente dei martiri, che secondo la legge romana, molto solida e precisa, furono gettati in pasto alle bestie come irreligiosi; persone che in qualche modo avevano capito che Gesù ci ha liberati da quella che, allora come oggi, si chiamava religione.

Andiamo al primo punto, allo slegare pace e comunicazione. Mi è stato chiesto di tenere un discorso di apertura per l’assemblea di fondazione, in Giappone, di un centro per la pace, a opera di pacifisti dell’Asia e Africa. Volevano qualcuno da un’altra parte del Terzo Mondo e così hanno trovato Ivan Illich di Cuernavaca. Ovviamente non sono di lì, ma ho indossato la mia guayabera – la camicia messicana – e sono andato a parlare della necessità di slegare lo sviluppo dalla conversazione sulla pace. Ho avuto particolari difficoltà a spiegare che senso ha la pace in Occidente, in Europa, e nella tradizione liturgica cristiana. La ‘pax’ romana… Paffete! A loro serviva da bandiera, difesa dalle armi… I cristiani sono arrivati con un gesto che è disgustoso in Giappone (ecco perché ho avuto difficoltà): quello che in latino si chiamava osculum, bacio, o meglio conspiratio, una delle parti culminanti della Messa, il bacio comune [un bacio sulla bocca scambiato tra i fedeli] che rendeva presente lo Spirito Santo nell’uguale partecipazione di ognuno, re o portatore di acqua, prima della comestio [la comunione]. L’idea di questa conspiratio fu la base per la fondazione di una comunità liturgica e reale. Perfino i padri della chiesa hanno avuto difficoltà riguardo a questo. C’è un bel passo di Tertulliano che raccomanda di non far partecipare le matrone romane a queste celebrazioni, per non esporle al pericolo della conspiratio.

Molto presto fu chiamata la ‘pax’ – il nostro ‘segno di pace’. Parlando della tradizione che credo abbiamo in comune, ma che certamente è la mia, la conspiratio esprime un senso di che cosa è pace che non è romano, non è pagano, e non è filosoficamente concepibile: la presenza dello Spirito Santo nel cristiano, che la comunica, che la partecipa all’interno della comunità. Quindi, come prima domanda: cosa intendiamo per pace?[7]

Non commenterò ulteriormente questo punto perché mi preme farvi riflettere sulla difficoltà che l’intensità della comunicazione, dei media, pone all’esperienza della sovranità personale. «Ma Ivan, di cosa stai parlando?». Ho 77 anni. Ricordo che nel 1962, all’Università di Chicago, quando era ancora considerato criminale mettere in dubbio lo sviluppo, nel tempo a cui avrebbe seguito, con tutto il rispetto e l’amore, la preparazione della Populorum Progressio, un piccolo professore marxista di recente nomina che era infastidito [dalle mie critiche] disse: «Illich, lei non è sulla mia stessa lunghezza d’onda, non pensi di stare comunicando con me!». Ho pensato che volesse offendermi, e gli ho detto: «Ma io non sono una radiotrasmittente, sono Ivan che ti parla, non sono un messaggio che si comunica a te, io ho qualcosa da dirti».

Quando le pronuncio, le mie frasi sono tutte una copula. Sapete cos’è una copula, vero? In inglese posso dire copulation e la gente capisce immediatamente che si tratta della [relazione] tra il soggetto e il predicato. Invece, la comunicazione sostituisce questa relazione vitale e fruttuosa con il segno matematico « = »,  «uguale a». Cercavo di spiegargli che non stavo cercando di comunicare con lui. Fino al 1962, nonostante parlassi a platee di vario genere da 15 anni, non avevo ancora incontrato qualcuno che mi considerasse un comunicatore. Signori che siete nell’altra stanza [si riferisce al pubblico che stava in una seconda sala, aperta per il numero inaspettatamente grande di persone che erano venute ad ascoltarlo], la difficoltà fisicamente temibile per me è avere questa situazione schizoide di parlare a [alcune] persone che posso vedere e, se voglio, sentire con il naso [inspira profondamente], o toccare… e ad altre che sono da un’altra parte! Non si tratta di fare affermazioni filosofiche riguardanti il contenuto dell’informazione, l’accessibilità delle informazioni o le critiche alla ricezione di informazioni. Voglio invece far riflettere sulla necessità di astenersi, sul desiderio di rinunciare all’informazione, come una forma contemporanea di celebrazione del venerdì. La carne non è male, se la si mangia è molto buona ed è gustosa, ma si rinuncia ad essa per ragioni ascetiche.

Voglio parlare del pericolo strutturale rappresentato dalla comunicazione rispetto alla certezza di vederti qui – una cosa è parlare con te qui, un’altra è parlare con le persone di là [riferendosi alle persone nell’altra stanza].[8] Quando l’ho capito? Quando una bambina mi ha detto: «Lo sai, zio? Ho visto Kennedy discutere – il presidente era già morto – con E.T.»  Non so come si chiama…E.T.[9] La ragazzina non distingue più quello che «non esiste», come Aldo ha detto [il virtuale]. Richiamo la sua frase perché è più forte di qualsiasi cosa io avrei osato dire. Se prendo le mie decisioni sulla base di cose che mi sono state dette, sulle quali devo essere istruito, che altre persone conoscono meglio di me e che io non conosco bene, o almeno non così bene come loro, allora l’intero fondamento del mio essere epistemico è nel sentito dire, che è esattamente ciò che escludiamo come testimonianza in una democrazia.

Ivan, dove stai andando?

Vi ho detto che vi avrei raccontato una parabola, circa la copia di un codice della metà del 16° secolo, che avevo sulla mia scrivania. Filippo II, successore di Carlo di Spagna, era un uomo pio. Si alzava a mezzanotte, andava in cappella per un’ora e poi al suo scrittoio per un’ora o due. Un re che si mette allo scrittoio! Era una cosa molto nuova. Tu, Sajay, mi hai fatto capire che l’idea della burocrazia romana è un poco folle. Ho immaginato quello scrittoio, davanti al quale rimaneva per due ore e dove prendeva le decisioni finali su ciò che i suoi governatori o viceré gli chiedevano da tutto il mondo.

Il fascicolo che mi ha particolarmente interessato veniva dal Perù. In Perù, come sapete, il cavallo, la mucca, l’asino sono stati importati, così come i pomodori o l’agave sono esportazioni dal nuovo mondo verso l’altra parte. Le descrizioni, «Gesù tra le agavi…», per esempio, mi fanno ridere. La domanda posta nel documento riguardava il numero di asini che doveva essere dato agli emigranti che venivano in Perù dalla Spagna. Il viceré dava loro la giusta quantità di terra e poi gli emigranti volevano avere asini o muli, li volevano… Non devo spiegare perché viene usato un asino, anche se recentemente ho visto, quando ho visitato una zona agricola in una certa parte d’Italia, che era impossibile trovare un asino. Volevo mostrare a un tedesco, che in 25 anni non aveva mai visto un asino, cos’era un asino, e in Italia non si poteva trovare un asino. Parlo di un animale pronto [prossimo] all’estinzione culturale. In ogni caso la questione era se potevano essere ammessi fino a 4 asini o se il governatore doveva limitarsi a 2 asini per il sostentamento di ogni famiglia [emigrata] in Perù dalla Spagna.

E a margine del documento, Filippo II scrive – lo dico in spagnolo: «Dos Basta!» [Due bastano!]. Le ragioni erano essenzialmente ecologiche. «Dos Basta!». E poi, come fa per ogni altra decisione, in questo codice, in questo fascicolo, scrive di suo pugno, in una cappella: «Así vos dice, con su reale gana.[10] Yo el re». Va al punto successivo, prende un’altra decisione e ancora una volta scrive: «Así vos dice – così vi dice – con su reale gana». Aiutatemi qui a tradurre, perché le ganas… il desiderio… come si traduce… ganas… l’autonomia, la volontà… Questo è molto moderno… serve una parola che ogni contadino capirebbe… con la sua sovrana voglia… «Yo el re» [Io, il Re].

Vedete, vi presento questa come una parabola della sovranità che fa una scelta: Dos, Basta! Per il bambino che guarda la televisione: due ore, e basta! Per qualsiasi decisione, Yo! Io – la prima persona singolare. I linguisti mi dicono che colui che parla usa la prima persona singolare «io» [punta il dito indice verso il petto]. In diversi tipi di lingue, l’«io» si riferisce a qualcosa che non è una parola, non può essere detto con un sostantivo, né può essere detto con un nome. Se dico [imita la voce di un bambino]: «Il piccolo Ivan vuole», evidentemente uso un nome, ma sappiamo che non sono ancora abbastanza grande da parlare bene. Forse è più facile spiegarlo come lo spiego ai miei studenti di Brema. In italiano si chiama pro-nome, in inglese si chiama pro-noun, in tedesco si dice fur-wort; forse con un po’ di esagerazione posso dire che l’io sta al posto di una parola, perché non c’è parola per parlare di questo essere apofatico, indicibilmente concreto. [L’io è] indescrivibile, proprio come i Padri greci consideravano Dio nella teologia apofatica, oltre le parole.

L’Io. L’Io, di cui si può parlare in italiano con la parola Ego – ho incontrato personalmente quel medico viennese, Freud, che ha fatto dell’Ego un sostantivo, una sostanza. E ora, con queste fantasie sul feto, una vita sostantivata. Sono concezioni tipiche del mondo moderno.[11] La creazione dell’io, la creazione della personalità o, peggio ancora, dell’identità, è un fenomeno del ventesimo secolo che mina profondamente la sovranità della prima persona – che ha quello che oggi si chiama «naso», ma per tre millenni è stato chiamato «il senso comune» che sa ciò che è bene – e sostituisce il bene con il valore.[12] Perché? I miei maestri e colleghi, che rispetto, continuano a parlare dei valori cristiani, invece di parlare della rivelazione, del dono, del bonum che Gesù ci ha aperto. Ma abbassano il bene a valori che possono essere positivi o negativi, a valori che possono essere calcolati come più o meno. Perché dico questo? Perché il modo stravagante in cui guardo al rapporto tra scelta, libertà, decisione e informazione, richiede che io vi parli della minaccia alla sovranità del sapere. Per me è così! Lasciatemi in pace! Non c’è bisogno di fondazioni ‘scientifiche’ [fornite da esperti] per rendere migliori le mie decisioni.

Nel libretto che voglio dare ad Aldo, a questo libraio qui, voglio mettere in discussione quella che si chiama la consulenza. Le consulenze sono di tutti i tipi – prima dell’operazione al suo seno, al mio naso, prima del suo aborto, per comprare una casa, per sposarsi, per i brutti sogni. Negli ultimi dieci anni si è moltiplicata nella società una professione che prima non esisteva e che vorrei equiparare all’educazione, anche se le statistiche sono difficili da ottenere.

Ora, ciò che voglio sottoporre al vostro studio è l’interpretazione di due documenti – mamma mia! [guarda l’orologio] sono già 32 minuti! – due documenti che risalgono a delle conversazioni che non mi sarei mai aspettato. Tu [Aldo] hai detto che sono scomparso negli ultimi dieci anni. Ebbene, trent’anni fa, quando ho deciso di non fare da simbolo di unità – perché ero diventato scandaloso e conosciuto in tutto il mondo – ho cessato di parlare negli ambienti religiosi, sia cattolici che non cattolici, e contemporaneamente non ho quasi mai rilasciato un’intervista in televisione, alla radio… niente! Ma negli ultimi dieci anni ho riservato ogni ora libera alla conversazione con una dozzina di persone che sono diventate amiche, e due degli scritti che vi dicevo sono nati così. Uno è del giovane indiano [Sajay], che ha rinunciato alla sua cattedra per dedicarsi allo studio di come e perché la business school forma le persone che guadagnano di più come funzionari. Gli amministratori aziendali sono persone che guadagnano più di mezzo milione di euro all’anno – a pensarci è pazzesco, ma è così! Il curriculum di studi della business school è essenzialmente la formazione di decision makers, decisori, in italiano c’è una parola migliore di decisori?

L’altro scritto è di Silja [Samerski], della stessa età di Sajay, che non è qui oggi perché è in Germania. Silja ha ascoltato e accuratamente annotato la registrazione di quaranta colloqui con donne incinte, realizzati da consulenti genetici in un modo che mi fa venire i brividi. Ha mostrato come i principi applicati alla Harvard Business School per formare i decisori siano utilizzati per trasformare una donna incinta, in attesa di un bambino, in un decision maker che, sulla base di probabili informazioni fornite dai risultati di test di controllo, si identifica con un certo punto sulle curve di probabilità, trasformando la nascita in una decisione, in modo che il bambino possa poi dire: «Mamma, hai deciso bene!»

Spaventoso!

Sulla base di cosa? Sulla base della comunicazione di informazioni, fondate su un sapere che non è qui [indica il naso], né qui [indica il cervello], seguendo Leonardo, e nemmeno qui [indica il cuore], ma prodotto da dipartimenti universitari. Alla donna viene detto che la donna moderna prende decisioni autonome, prende le proprie decisioni. Si dimentica completamente che la nonna e forse anche la madre di questa donna si sentivano sovrane, non nel governare il Perù, ma nel dirigere la propria vita allo stesso modo di Filippo II. Oggi, queste donne agiscono, sono addestrate ad agire, secondo le regole utilizzate nel mercato da decisori formati nella business school per prendere decisioni basate su probabilità statistiche.

Che orrore!

Nel migliore dei casi, le statistiche mi dicono dell’incidenza di un certo fenomeno in una popolazione prescelta, non mi dicono mai nulla sull’individuo. Per l’individuo, rimane una probabilità del 50% di essere colpito oppure no da quel fenomeno. Com’è possibile che la donna creda che la sua autonomia, la sua personalità e la sua individualità siano il risultato di una decisione basata sulla probabilità supervisionata da un consulente? Solo una società che ha ucciso il senso comune può arrivare a questo punto. Ho visto che il Consiglio d’Europa ha stanziato 172 milioni di euro per la ricerca genetica per proteggere il genoma degli europei come base della loro dignità![13]

Nel contesto della consultazione, è necessario prendere la decisione in base a una probabilità. Una probabilità che viene calcolata in base a una popolazione. Questo introduce il concetto di rischio. Nessun nuovo pericolo è identificato da queste informazioni. Il pericolo è sempre esistito. Il rischio – un concetto fondamentalmente matematico e statistico – oggi interessa non solo persone come il padre di famiglia che ha un’assicurazione, ma anche lo studente che va dal tutor per decidere se deve scegliere matematica o lingue.

Pertanto, la riflessione sulla rinuncia, per quanto possibile, ad esporsi alla comunicazione a causa della sua pericolosità per ogni individuo, è uno degli argomenti più importanti da discutere in un gruppo – come questo bellissimo gruppo formatosi qui a Lucca principalmente per l’attività di Aldo.

Grazie per la pazienza.

[1] Si toglie le scarpe e si siede a gambe incrociate sul tavolo mentre alcuni tecnici regolano il microfono.

[2] Studiosa tedesca che faceva parte della cerchia di Illich.

[3] Indica Sajay.

[4] Si riferisce a Sajay.

[5] Si riferisce alla studiosa Samar Farage, amica e collaboratrice di Illich.

[6] Illich non sviluppa l’argomento in questa conferenza. Si vedano le sue osservazioni in I fiumi a nord del futuro, (a cura di David Cayley, Quodlibet 2009, p. 152ss) a proposito delle parole-ameba e dei visiotipi.

[7] «La pace […] è la sola parola forte adatta a designare l’atmosfera di amicizia creata tra uguali […]. La pace come il frutto della conspiratio». (Illich I., La perdita dei sensi, Libreria Editrice Fiorentina, 2009, pp. 324-325). Come Illich sottolinea alla fine della conferenza, la cura di questa pace è messa in pericolo dalla intensità invasiva della comunicazione. [N2] – Vedi “The cultivation of conspiracy”, in The Challenges of Ivan Illich, a cura di Lee Hoinacki e Carl Mitcham, SUNY Press 2002, p. 238.

[8] Alla fine del suo intervento Illich inviterà queste persone ad affluire nella stanza principale, per dare vita ad un dibattito ‘tra uguali’ non mediato dai mezzi tecnici. [N2]

[9] Mima il personaggio extraterrestre dell’omonimo film.

[10] Gana, espressione tipica portoghese difficilmente traducibile. Significa qualcosa come ‘voglia’, ‘desiderio’, ‘gusto’ ‘impulso’. Nelle conversazioni con Cayley, Illich dice: «Dipende da cosa intendi per “impulso”. A partire dal dodicesimo secolo ha avuto numerosi significati. In spagnolo c’è la parola “gana” – “porqué me da la gana”. Non puoi tradurla. In tedesco puoi dire “Ich habe Lust”; in francese “J’ai envie”. L’inglese è puritano. Non ammette che si possa prendere una decisione con il cuore e tanto meno che un sentimento possa nascere da qualche parte sotto l’ombelico» (Cayley D., Conversazioni con Ivan Illich, elèuthera, 1994, p. 49). [N2]

[11] Illich sottintende qui due modi diversi di riferirsi alla individualità: da un lato l’esperienza personale incarnata nella concreta singolarità di ognuno, dall’altro l’individualità come categoria neutra, astratta, creata e manipolata secondo generalizzazioni prescrittive falsamente universali. Il passo rimanda poi alla riflessione sul termine vita nel suo uso sostantivato – «una vita»: «una vita può apparire come un oggetto da gestire e forse come un oggetto che può essere anche prodotto, come l’intelligenza artificiale».  «Di “vita” oggi si parla quando ci si riferisce a quelle che un tempo venivano rispettosamente chiamate persone. I medici si occupavano di persone le cui sofferenze dovevano essere alleviate. Ora sono diventati dei manager che si occupano di vite dallo sperma al verme. […] Il termine viene ora usato […] per poter giustificare le più disgustose e impudenti manipolazioni delle persone da parte degli staff medici» (Cayley D., Conversazioni con Ivan Illich, elèuthera, 1994, pp.  206; 196). [N2]

[12] «Per quanto posso capire, io vivo in un mondo che ha perduto il senso del bene, il bene, la certezza che il mondo ha senso perché le cose sono confacenti le une alle altre, che l’occhio è fatto per cogliere il sole e non è soltanto una macchina fotografica biologica. […] Abbiamo perso il senso che il comportamento virtuoso è confacente, appropriato all’essere umano. […] Il bene è assoluto. La luce e l’occhio sono semplicemente fatti l’una per l’altro, e questo bene indiscusso lo si sperimenta nel profondo. Ma quando dico che l’occhio ha per me valore perché mi permette di vedere, o di orientarmi nel mondo, io apro una porta nuova. I valori possono essere positivi o negativi. […] La sostituzione dell’idea di valore al bene inizia in filosofia, e si esprime poi in una sfera economica in continua crescita, all’interno della quale la mia vita diventa un perseguimento di valori e non di ciò che è buono […]» (Illich I., I fiumi a nord del futuro, Quodlibet, 2009, p. 48). [N2]

[13] llich si batte la fronte con la mano in segno di stupore.