Sull’abitare la terra, sul radicamento e sulla misura contadina

Riflessioni a partire da Jean Giono e Ivan Illich
di Giovanni Pandolfini
giugno 2025

Sarebbe sicuramente interessante poter ascoltare un dialogo fra questi due grandi personaggi su questi temi, due grandi pensatori che hanno scritto entrambi critiche e proposte alternative radicali al sistema industriale e allo sviluppo condensati nell’illusione del progresso.
Vissuti in epoche diverse, ci corrono diversi decenni fra loro, ma accomunati da alcuni ragionamenti che attraversano il loro pensiero e si incrociano in alcuni passaggi.
Proprio alcuni di questi incroci ci sono di grande utilità in quanto inerenti all’oggetto delle nostre riflessioni.
Giono reduce dall’orrore della prima guerra mondiale, nel suo piccolo grande saggio,  “Lettera ai contadini sulla povertà e la pace” esorta il mondo contadino, allora ancora una componente importante della società, alla diserzione.
Alla diserzione dalla guerra ma più che altro alla diserzione dal sistema che la genera.
Giono individua precisamente nello Stato il nemico e nella contadinanza l’unica forma di vita ancora potenzialmente  autonoma che può avere come diretta conseguenza  la possibilità di autodeterminarsi e non essere costretta ad aderire ai contesti imposti dallo Stato (dal sistema).
Solo ad alcune condizioni che però abbiamo, nostro malgrado, perso di vista.

GIONO – “Lo stato è un edificio di regole che crea artificiosamente il permesso di vivere e da a qualcuno il diritto di disporre della vita di altri…”

Può farlo con la forza ma sempre di più corre il rischio di dover reprimere con la violenza e scatenare resistenza, diserzioni, rivoluzioni e creare aggregazioni indesiderate oppure, con una abile concessione di qualche beneficio, convincere che non ci sono alternative e che è per il loro meglio.
I contadini e gli artigiani ovvero chi lavora/vive con pochissimi input oltre alla forza del proprio corpo e all’energia del proprio cervello espressa in idee, creatività, soddisfazione, speranza e comunità da loro create sono stati storicamente un ostacolo.
Essere contadini ( e artigiani, per Giono è la stessa cosa) non è un mestiere o una professione ma un modo di essere al mondo.
Non è possibile essere contadini senza abitare sulla terra.
Abitare la terra non può prescindere dalla sua piena disponibilità, dal suo possesso. Ecco come descrive Giono la proprietà contadina, ovviamente non la proprietà privata sancita dallo stato, acquistata con disponibilità economiche e registrata negli appositi strumenti istituzionali come il catasto terreni e fabbricati e gli uffici del registro:

GIONO – “Questa proprietà è necessaria alla vita del contadino come un polmone o un cuore ed è naturale. Non si può immaginare di sopprimerla se non in un sistema artificiale, concepito fuori dal mondo.
Appena ci si affida al mondo tale necessità diventa comune a tutti gli esseri viventi, come la terra che sta fra le radici di un albero e dalla quale non si può privarlo senza che ne muoia.
Una prova dell’artificiale della società moderna, di questo mutamento impostole dalla Scienza, è appunto la sua incompetenza in materia di verità. Essa non crede più a quello che vede, a volte non riesce più neanche a vederlo, crede piuttosto a ciò che inventa.
Basta vivere fuori dal sistema perché non ci si possa più intendere con esso. Non si parla più la stessa lingua, le parole non hanno più lo stesso valore, non si ha la stessa visione del mondo.
Se per noi una cosa è evidente gli altri ci gridano tutti insieme: “dove la vedi?”
Per il contadino non ci sono dubbi sulla necessità di questa proprietà, gli è chiara come il sole, vive grazie ad essa .
La vita dell’albero più inutile ha un’importanza tale per cui esso è il padrone assoluto della terra che trattiene dalle radici.
Tutti gli esseri viventi hanno un territorio materiale di cui non possono consentire l’uso ad alcuno al di fuori di se senza morire. Considerate semplicemente i nostri rapporti contadini col resto del mondo, bestie e piante. Interveniamo nel territorio di ciò vogliamo distruggere e rispettiamo accuratamente il territorio di ciò che vogliamo conservare.”

Due parole sull’abitare la terra:
Abitare la terra è un intreccio di relazioni. Abitare la terra significa sentire che questa ci appartiene nello stesso modo in cui noi apparteniamo a lei. Abitare la terra significa non essere mai indifferenti a tutto quello che ci circonda, anzi, significa sentirsi una parte integrante, significa sentirsi un tutt’uno con quello che ci circonda. Abitare significa custodire, mantenere, poter tramandare a chi verrà dopo di noi, significa difendere, difendere ed attaccarsi ai nostri luoghi. Attaccarsi alle persone che condividono con noi quel luogo, attaccarsi alle case, ai campi, ai boschi , alla terra che ci da il nostro cibo , alle strade ai sentieri e a quella pianta che vediamo crescere giorno per giorno, stagione dopo stagione, a quell’animale che conosciamo personalmente perché sappiamo che ha il nido su quell’albero o la tana in quel fosso e sappiamo anche che se passeremo da quel sentiero a quell’ora magari lo incontriamo. Abitare significa essere coinvolti con i propri luoghi. Significa essere una potenza! Significa essere esattamente l’opposto di quello che questo sistema vorrebbe: fragili, bisognosi, insoddisfatti, isolati, costretti solo ad attraversare i nostri luoghi senza mai mettere radici.
Da qua vediamo bene la necessità e l’importanza del radicamento. Da qua è visibile come la distruzione del mondo contadino con il suo radicamento alla terra e al territorio e con il suo innato senso di autonomia e di potenza abbia spalancato le porte alla modernità con la sue nuova religione, il progresso e con i nuovi sacerdoti, gli esperti, gli scienziati.
Tuttavia lo sradicamento a molti è apparso come una conquista della libertà individuale, una liberazione. Un vero e proprio esempio di ribaltamento di valori e di colonizzazione dell’immaginario.
Così di conseguenza allo sradicamento si è anche potuto confondere e cancellare il rapporto necessario fra comunità e bene comune.

ILLICH – “c’è una netta distinzione fra ambiente come bene di uso comune , in cui le attività di sussistenza della gente, sono immerse e l’ambiente come risorsa che serve alla produzione economica di quelle merci da cui dipende la sopravvivenza in una società moderna”.

La netta distinzione di come si intende il nostro ambiente è così ben determinata. Quando una comunità si dissolve il bene comune su cui insiste si trasforma in bene e risorsa a disposizione del mercato così come specularmente quando si attua la trasformazione del bene comune in risorsa si corrode alla base la vita di una comunità autonoma.

ILLICH – “L’appropriazione dell’ambiente da parte di pochi è stata chiaramente riconosciuta da molti come un abuso intollerabile.” “Al contrario la trasformazione, ancora più degradante, delle persone in membri di una forza lavoro industriale è stata tacitamente accettata”.

Ultima condizione necessaria alla vita contadina sta nella sua “misura”, nelle sue dimensioni, nei suoi limiti. Il limite, questa parola che esprime un qualcosa che viaggia in direzione contraria allo sviluppo e al progresso pensati come in sua assenza. C’è poco da fare, la misura e il limite hanno a che fare con la natura.

GIONO – “La proprietà del contadino è naturale, essa è soggetta ai suoi bisogni , è quindi soggetta alla sua misura . Questa misura è la cosa più importante. Nel momento in cui la proprietà si dismisura perde le sue qualità naturali, perde la sua qualità contadina. Solo la parte di proprietà commisurata ai bisogni del suo proprietario s’adatta a questo proprietario, tutta la parte in eccesso a tale misura può soltanto adattarsi al sistema e non è più contadina.
I due grandi sistemi moderni, il capitalismo e il comunismo, sono sistemi di dismisura. Entrambi distruggono la piccola proprietà contadina . Il contadino non può accettare né l’uno né l’altro senza diventare da una parte un capitalista e dall’altra parte un operaio. In entrambi i casi smette di essere un contadino.”

ILLICH – “Una metodologia che permetta di individuare la perversione dello strumento divenuto fine a se stesso è destinata ad incontrare una forte resistenza fra coloro che sono abituati a misurare il bene in termini di denaro. Il nostro atteggiamento verso la produzione è stato modellato attraverso i secoli. Poco alla volta le istituzioni non solo hanno determinato la nostra domanda, ma hanno addirittura plasmato la nostra logica, riducendo il nostro senso delle proporzioni a quello della misura numerica…

…Si comincia col reclamare ciò che l’istituzione produce e poi ben presto si pensa di non poter farne a meno. E meno si gode di ciò che è diventato una necessità, più si sente il bisogno di quantificarlo. Il bisogno personale diventa una carenza misurabile.”

GIONO – “…Tutti quanti noi avevamo tanti buoni motivi per sperare, li costruivamo noi, con le nostri mani, con il nostro lavoro, mentre ora lo stato ci costringe a costruire in dimensioni che vanno molto oltre ai nostri umili bisogni e ci lascia soli con i nostri terrori. Con il pretesto di abilitarci collettivamente alla gioia lo stato ci ha reso degli infermi e ci ha imprigionato dentro ai monconi delle nostre specializzazioni…”

Un ultimo pensiero espresso dalla potenza delle idee di Illich :
Intervistato su quale futuro ci attende Illich rispose:

“All’inferno il futuro, è un idolo mangiatore di uomini. Le istituzioni hanno futuro, le persone invece hanno solo speranza.”

Che queste idee ci guidino nella nostra lotta, nei nostri desideri, nella pace, nella creazione del nostro immaginario e nel nostro buon vivere.

Fonte: NUNATAK. Rivista di storie, culture, lotte della montagna, n. 78, autunno 2025