“Energia per chi, per cosa?
Una riflessione a partire da Energia e Equità”
di Elena Gerebizza
Lo spunto per questa riflessione parte dal contesto internazionale che stiamo attraversando da diversi anni oramai, con il genocidio del popolo palestinese e il rilancio di una economia di guerra che sta trasformando ogni ambito della nostra vita. È un passaggio epocale, che i governi e le istituzioni stanno costruendo un passo alla volta, in cui il tema dell’energia ha una propria centralità.
Da un lato vediamo la narrazione strumentalizzata dalle istituzioni, dall’altro quella strumentalizzata dalle grandi organizzazioni ambientaliste, entrambe conformi nel sancire che il modello energetico – anche quello della transizione energetica – rimarrà al servizio di un sistema coloniale e guerrafondaio, quello che Illich dice essere basato “sull’idea dell’uomo che deve imparare a dominare gli schiavi o le macchine”.
La riflessione che proverò a portare oggi vuole riportare a terra questa discussione, ripartendo dal concetto di equità e quindi anche di cosa significa oggi costruire una modernità conviviale a basso contenuto di energia, che sia equa, che sostenga la liberazione dei popoli, e che ci aiuti a decolonizzare il modo della nostra società di guardare alla questione energetica.
Nel 1973 Illich scriveva:
“Da qualche tempo è venuto di moda parlare di una imminente crisi energetica. Questo eufemismo occulta una contraddizione e consacra un’illusione.”
Secondo Illich, la contraddizione che viene mascherata è che si possa perseguire assieme l’equità e lo sviluppo industriale.
L’illusione che viene consacrata è che la potenza della macchina possa sostituire indefinitivamente il lavoro dell’uomo.
Illich continua scrivendo che “per superare la contraddizione e dissolvere l’illusione, è urgente chiarire quella realtà che viene oscurata dal linguaggio della crisi: la realtà è che elevati quanta di energia degradano le relazioni sociali con la stessa ineluttabilità con cui distruggono l’ambiente fisico. Coloro che parlano di crisi energetica credono in una particolare idea dell’uomo e continuano a propagarla.
Secondo questa concezione l’uomo nasce, e resta per tutta la vita, dipendente da schiavi che deve faticosamente imparare a dominare. Se non dispone di prigionieri, ha bisogno di macchine che compiano gran parte del suo lavoro. Si può misurare il benessere d’una società, secondo tale dottrina, dal numero degli anni che i suoi membri hanno trascorso a scuola e dal numero degli schiavi energetici che hanno così imparato a governare. Questa convinzione è comune a tutte le contrastanti ideologie economiche attualmente in voga. È messa in pericolo dalle evidenti iniquità, molestie e impotenze che si manifestano ovunque quando le orde voraci degli schiavi energetici superano oltre un certo rapporto il numero delle persone. La crisi energetica concentra le preoccupazioni sulla scarsità del foraggio disponibile per questi schiavi. Io preferisco chiedermi se gli uomini liberi hanno bisogno di essi.”
Riprendere questo testo oggi è particolarmente interessante per definire le domande che dovremmo porci per capire “qual è la realtà che viene oscurata dal linguaggio della crisi” oggi come nei primi anni Settanta, e per riuscire a sviluppare una lettura della società e delle pratiche che siano realmente trasformative e non riproduttive del sistema capitalista che come dice Illich prevede che gli uomini siano governatori di schiavi e macchine.
Il tema dell’equità è quello che ci riporta a terra, per provare a esplorare perché abbiamo preso questa strada, come società, e perché la stiamo percorrendo in questa modalità precisa.
Ci aiuta anche a riflettere su quale possa essere la strada dell’uomo libero ispirata da Illich, per ritrovare il limite che abbiamo perso come società relativo ai nostri bisogni collettivi da persone libere e non da governatori di schiavi e macchine; in altre parole: fuori dalla narrazione sulla crisi e sulla sicurezza globale, come ritorniamo assieme per chiederci cosa ci serve, per fare cosa, con quali risorse, a quale costo e chi lo paga?
***
Oggi aziende e governi ci ripetono che ci servirà più energia, centinaia di gigawatt di energia, per la nostra vita del futuro. Energia per scaldarci d’inverno e per rinfrescarci d’estate, energia per alimentare navi aerei treni automobili che aumentano in dimensioni e consumano sempre di più, ma anche energia per i datacenter che sono beni essenziali della società digitalizzata del futuro e energia per l’industria delle armi che intreccia tutto il resto. Nella narrazione attorno a noi sembra che il nostro bisogno di energia sia infinito, e il centro del discorso siamo noi Italiani e Europei, siamo noi ad avere bisogno di sempre più energia da ogni fonte possibile. E sempre più ne abbiamo bisogno, ci dicono, per la nostra sicurezza.
Sicurezza energetica e sicurezza globale sono due concetti che si rafforzano reciprocamente e che condividono l’assenza totale del limite verso cui ci portano ad aspirare. Ma chi fa parte di quel “noi” che dovrebbe sentirsi più sicuro? E da chi e da cosa dovremmo difenderci?
Illich ci dice che il linguaggio della crisi, e quello nuovo della sicurezza, parla a quegli uomini schiavi e dominatori di schiavi e macchine, e si chiede se gli uomini liberi hanno bisogno di quello stesso foraggio, se devono temere quella scarsità o sentirsi tutelati dalla sicurezza proposta da questo modello che eleva ancora una volta l’estrazione, il saccheggio, lo sfruttamento, la violenza istituzionale, il colonialismo per favorire una minoranza raccontandoci che tutte e tutti noi ne facciamo parte, livellando le differenze di classe, genere, razza all’interno di quel noi.
Se sposiamo l’idea che basti installare pale eoliche e pannelli solari ovunque per risolvere il problema climatico e ambientale, allora rimaniamo a pieno titolo dentro quel noi. Rimaniamo tra quelli che Illich chiama i governatori di macchine e schiavi che vogliono continuare a godere dei privilegi della loro posizione, e di un sistema economico e energetico basato su un modello coloniale predatorio di risorse e di vite altrui. Alcune tra le persone di questo gruppo vorrebbero vedere ridotti gli impatti del modello energetico fossile, senza riconoscere lo sfruttamento e l’ingiustizia sociale che ne fanno parte in maniera intrinseca. Altre lo riconoscono, ma vogliono rimanere nel privilegio, vogliono continuare a governare macchine e schiavi, e si illudono che quando le energie rinnovabili soppianteranno quelle fossili, ci sarà giustizia. Qui ci viene in aiuto Illich ricordandoci che non sarà così: una società che consuma quanti di energia senza limite non può che essere intrinsecamente iniqua.
Se il punto centrale si sposta sulla giustizia sociale, su quella che Illich definisce Equità, ci troviamo costretti a spostare le nostre riflessioni non soltanto sulla fonte di energia ma sul modello che deve essere non solo il più sostenibile possibile, ma anche democratico e orientato a ridurre (e non aumentare) il bisogno di energia.
Riportare l’equità al centro ci porta quindi a riflettere sui limiti fisici e materiali del pianeta e del territorio in cui viviamo, a capire quanto del nostro modo di vivere attuale è fondato sulla predazione costante e continuata di risorse e vite altrui, quanto del nostro modo di vivere implica che altri popoli non potranno mai liberarsi fino a che noi combatteremo per mantenere i nostri privilegi. Quindi ci porta a ridefinire cosa intendiamo per solidarietà, e a cosa siamo disposti a rinunciare per la liberazione (degli altri popoli e nostra), e a guardare le differenze di classe, genere, razza all’interno del nostro noi come parte dello stesso processo di liberazione.
Illich diceva che “solo la democrazia partecipativa crea le condizioni per una tecnologia razionale e a basso livello energetico”. La domanda anche qui è cosa significa ridare significato alla democrazia quando quello che abbiamo chiamato finora democrazia si è oramai sgretolato davanti ai nostri occhi, cosa possiamo ricostruire da quelle macerie che non riproduca il mondo di prima, e come farlo in solidarietà con le persone che vivono vite parallele alle nostre, le persone che dentro il “noi” delle istituzioni sono colonizzate e schiavizzate anche se vivono nell’occidente ricco, quelle persone che hanno meno diritti, che subiscono quotidianamente la violenza sistemica, che hanno un ordine di priorità diverso da chi ad esempio si sente bene perché usa la bici elettrica o ha installato i pannelli solari sul tetto di casa.
Per tornare alle domande iniziali, come società abbiamo preso questa traiettoria anche perché ci permette di non affrontare il nodo coloniale del nostro privilegio, di andare avanti riproducendo un sistema intrinsecamente fondato sulla predazione e sull’abuso, sia verso l’interno che verso l’esterno di quel noi.
Dobbiamo chiederci quale possa essere la strada delle persone libere ispirate da Illich e dalla sua proposta di una modernità conviviale a basso contenuto di energia, fondata sull’equità, evidentemente una strada che riparta dalle macerie della democrazia istituzionale per ridefinire dal basso i propri valori fondanti, tenendo conto delle differenze di classe, genere, razza all’interno del noi, e da un ordine di priorità al servizio della liberazione di tutte e tutti. Una strada che ci permetta di interrogarci sui limiti fisici del sistema: e Illich ci ricorda che stare sotto il limite fisico delle risorse non basta, se vogliamo equità quel limite è molto più basso. La sfida è quindi scegliere l’asticella dell’equità come limite, e dei meccanismi collettivi che ci permettano di definire un immaginario nuovo di cosa vogliamo, che non sia incentrato sulla “rinuncia a” ma sulle risorse che abbiamo da mettere in comune per costruire dal qui e ora la società delle persone libere.