
di Silvia Ribeiro
(ricercatrice del Gruppo ETC)
26 settembre 2020
Un comunicato stampa dell’Oxfam del settembre 2020 sui responsabili del cambiamento climatico tra il 1990 e il 2015 mette in luce una profonda disparità, che è direttamente correlata alla salute degli ecosistemi e delle persone (Oxfam, “L’ 1 % più ricco della popolazione emette più del doppio di anidride carbonica della metà più povera dell’umanità”). Le cause del cambiamento climatico si intrecciano con quelle della pandemia: in entrambi i casi il sistema alimentare agroindustriale è una delle loro cause principali.
Secondo il comunicato dell’Oxfam, il 10% più ricco della popolazione mondiale (630 milioni di persone) ha generato il 52% delle emissioni di gas a effetto serra (GES, o GHG [Greenhouse gas] secondo la sigla inglese) accumulati, mentre la metà più povera del mondo (3.100 milioni di persone) ha generato soltanto il 7% delle emissioni. In altri termini, la metà più ricca del mondo ha generato il 93% delle emissioni accumulate.
Nel periodo 1990-2015, i gas serra annuali (come l’anidride carbonica e altri gas che riscaldano l’atmosfera in modo permanente) sono aumentati del 60%, sebbene si conoscessero già chiaramente le loro cause e il rischio di collasso climatico.
Il 5% della popolazione più ricca (circa 315 milioni di persone) è stata responsabile del 37% di questo aumento. Il rialzo totale delle emissioni del solo 1% più ricco è stato, in volume, tre volte superiore a quello dell’intero 50% più povero.
Solo 10 paesi sono responsabili dei due terzi delle emissioni storiche di gas serra accumulate dal 1850, anche se questo riferimento è fuorviante, poiché la maggior parte delle emissioni sono state prodotte negli ultimi 50 anni e hanno subíto un’accelerazione dopo il 1990. Gli Stati Uniti sono in cima alla lista.
Con meno del 5% della popolazione mondiale, gli Stati Uniti consumano circa il 25% dell’energia globale. Nell’ultimo decennio, la Cina è diventata la principale responsabile delle emissioni di questi gas, e gli Stati Uniti sono passati al secondo posto, seguiti dall’Unione Europea e dall’India. Tuttavia, in termini di emissioni pro capite, gli Stati Uniti emettono ancora 10 volte più gas serra dell’India e più del doppio della Cina.
La cosa più terribile è che più di 100 paesi del Sud globale e la metà degli abitanti più poveri del pianeta praticamente non emettono gas a effetto serra, ma sono quelli che maggiormente sono colpiti dalle conseguenze del cambiamento climatico, con inondazioni e siccità estreme, migrazioni forzate, perdita della casa e dei mezzi di sostentamento, e così via.
Nel mondo, all’interno di ogni paese, i più poveri ed emarginati, sia nelle comunità urbane che in quelle contadine e indigene, sono quelli che subiscono maggiormente gli effetti del riscaldamento globale provocato dalle minoranze più ricche, come ad esempio gli effetti degli uragani a New Orleans, delle inondazioni nel Regno Unito o degli incendi fuori controllo sulla costa orientale degli Stati Uniti e in Australia, Brasile, Argentina e Indonesia.
Le cause del cambiamento climatico sono ormai ben note. Si tratta di una conseguenza del sistema di produzione e consumo industriale su larga scala basato sui combustibili fossili.
Secondo il Gruppo Intergovernativo sul Cambiamento Climatico (IPCC secondo la sigla inglese), i principali settori che generano emissioni sono, in ordine di grandezza, l’estrazione e la produzione di energia, la deforestazione e l’agricoltura industriale, così come l’edilizia e i trasporti.
Se da queste fonti estrapoliamo l’uso di energia, l’uso del suolo, la deforestazione, i trasporti, le emissioni di gas da rifiuti organici, risulta che il sistema agro-industriale alimentare (dai semi e dalle agro-tossine ai supermercati, includendo gli imballaggi, la refrigerazione, i trasporti, i rifiuti) è responsabile dal 40 al 55% delle emissioni di gas serra. Questo stesso sistema di agricoltura e allevamento industriale è il principale fattore che agisce nella generazione di epidemie e pandemie (si veda il mio articolo dello scorso 25 aprile: “Gestando la próxima pandemia”).
Tuttavia le politiche ufficiali, nel caso del cambiamento climatico come in quello delle pandemie, non sono indirizzate all’eliminazione delle cause: in entrambi i casi si preferisce tornare a sussidiare le potenti industrie che sono la causa di crisi così terribili, sostenendo le soluzioni tecnologiche che garantiscono loro nuovi mercati.
Nella pandemia, si fanno enormi investimenti pubblici in vaccini scarsamente valutati e che pongono nuovi rischi (si veda il mio articolo dello scorso 12 settembre: “Covid e vaccini transgenici”), lasciando inalterate le cause.
Nelle politiche climatiche si permette che, invece di ridurre le emissioni reali, le imprese e i paesi si basino sul concetto perverso di zero emissioni nette; ciò significa permettere che continuino a inquinare con i gas serra, ma con una presunta compensazione tramite altre misure.
Nella recente Settimana del Clima, che si è tenuta a New York parallelamente all’Assemblea dell’ONU, le più grandi multinazionali hanno presentato diversi progetti in questa direzione, come tecnologie di geoingegneria e le cosiddette soluzioni basate sulla natura, un concetto utilizzato per mascherare megaprogetti di piantagioni e altri modi di sfruttare e mercificare aree naturali (si veda il documento redatto da Acción ecologica: “Cinismo y tiempo climático”).
Né l’ingiustizia climatica né le pandemie sono naturali. Sono il frutto di sistemi di produzione e consumo che ci fanno ammalare e a cui dobbiamo porre termine.
Fonte: “Injusticia climática y pandemia”, in La Jornada, 26/09/2020.
Traduzione a cura di Camminardomandando