per Aldo Zanchetta

al labirinto di acqua molle del letto
in una stanza semibuia di ottobre
il vecchio dagli occhi di fuoco mi cerca il braccio
e mi parla di Madre Speranza.

Gli occhi ardenti di azzurro
mi bruciano nelle mani
e vampano fulmini
sul petto glabro della mia ignoranza.

Non ci sono fraintendimenti.
Non nell’azzurro di questi occhi
che tanto hanno detto
anto hanno visto
nel fiume implacabile dei mondi.

Il labirinto trasparente del letto
chiama ora ad un monito
che sia il senso di chi ha perso il senso
nel singolare e nel plurale.

Un monito e non un’altra deroga:
non la boria impotente
che ci ha fatti maestri di rinuncia
non lo stordimento della resa
a una potenza creduta invincibile
non le sue fantasmagorie elettriche.

Ma la cura del Corpo che corpi ci fece
la cura del Cielo che cieli ci fece
la cura del lago
del fuoco
del segreto
del tiglio
dell’inconosciuto che spinge sui fianchi,
la cura del fulmine sacro
che vecchi maestri e vecchie maestre scagliarono
a indicarci una strada che non fosse distanza
che non fosse ripiego
che non fosse certezza.

Questo io vedo nel lago di fuoco azzurro
che placido spande dagli occhi del vecchio:
dal credere cieco del seme
alla gloria succosa del frutto
un frullare di ali e di mondi
nel loro inesorabile andare.

Questo io trovo
negli occhi del vecchio:
il suo lago d’azzurro bambino
dove volano foglie di tiglio
e lampi
e fuochi di incaute speranze.

Caterpillar