“Non possiamo attendere oltre. Perché tutti e tutte siamo terra, viviamo su di essa, la amiamo e ne dipendiamo, perché i danni che vengono fatti ad essa sono fatti a tutti e a tutte, la lotta è di tutti e di tutte. Già da tempo i danni alla Madre Terra hanno iniziato ad essere irreversibili. Non sappiamo cosa accadrà. Però sappiamo che dobbiamo prepararci ad affrontare catastrofi sempre più gravi. E soprattutto sappiamo che non possiamo continuare a provocare danni e che dobbiamo realizzare quante più azioni di riparazione e rigenerazione possiamo”.
Alla vigilia del voto di referendum sulle trivelle siamo daccordo con Gustavo Esteva: non è più il tempo di lasciar correre….
“Non c’è funzionario di alto livello che concluda il suo mandato in povertà. Alle retribuzioni e alle prebende sfacciatamente oscene … si aggiungono le innumerevoli tangenti che fanno parte della prassi abituale nell’esercizio delle funzioni pubbliche. Il principio di Hank (un politico povero è un povero politico)… è diventato universale”.
Universale è la parola giusta, più che mai in questi giorni, ma universale è anche l’antidoto che si va preparando. Gustavo Esteva su La Jornada di lunedì.
La strategia mortale e distruttiva “di quelli che stanno in alto” sta incontrando i suoi limiti naturali, umani e politici. Le mobilitazioni nazionali e internazionali che continua a suscitare Ayotzinapa e che ora si propagano per Berta e per proteggere Gustavo Castro hanno mostrato vigore insolito, capacità di concertazione, velocità di risposta.
“Da dove viene la tempesta? Non dai politici – loro sono nient’altro che esecutori della tempesta. Non dall’imperialismo, non è il prodotto degli Stati e nemmeno degli Stati più potenti. La tempesta sorge dalla forma nella quale la società è organizzata. È espressione della disperazione, della fragilità, della debolezza di una forma di organizzazione sociale che ha già superato la sua data di scadenza; è espressione della crisi del capitale”.
Nel suo intervento al Seminario sul pensiero critico di fronte all’idra capitalista, che si è svolto nel maggio 2015 a San Cristobal de Las Casas, John Holloway indica un percorso di uscita dalla crisi attuale.
Che cosa si può dire nell’anniversario del movimento? L’assenza di eventi spettacolari suggerirebbe che la loro lotta sia scemata. Una visita nella zona zapatista porta ad altre conclusioni. … La sollevazione è transitata verso una forma più pacifica e resistente di quella epica: l’eroismo della vita quotidiana. Continua a leggere sul sito
I funerali della Sindaco Gisela Mota Ocampo, uccisa al suo secondo giorno di mandato
In Messico, il degrado morale, il cinismo e la corruzione delle classi politiche si sono fatte sempre più evidenti, mentre la violenza congiunta delle forze legali e illegali è cresciuta senza posa. Così si è venuta consolidando una struttura che dentro e fuori le istituzioni cerca di controllare la popolazione e soffocare le resistenze e le ribellioni sotto uno stato di eccezione non dichiarato.
Qualcosa di analogo, con gradi e modalità molto diverse, avviene nel mondo.
I risultati elettorali negativi di fine 2015 in Argentina e Venezuela inaspriscono la discussione, già in atto da tempo nella sinistra latinoamericana, sul tipo di politiche economiche e sociali praticate dai governi a qualche titolo definiti di ‘sinistra’. Chi parla di ‘esaurimento’ di queste politiche, come fa Eduardo Gudynas in questo articolo, chi di ‘chiusura di un ciclo’ (Gaudichaud1, Zibechi2 e altri, chi li nega addirittura (Cabrera3, Sader4, Harnecker5 e altri). In questa diversità di posizioni è sottesa ovviamente una profonda diversità di analisi della situazione che merita approfondimenti che faremo via via, limitandoci qui a citare alcuni interventi sul tema.
Leggi su Camminar domandando
Sono 10 anni che Evo Morales Ayma è presidente del paese, e il paese è certamente cambiato. Ma cambiato come? Sono state mantenute le promesse elettorali per un cambiamento in senso decolonizzatore e di emancipazione verso una maggiore partecipazione dal basso e valorizzazione delle autonomie, come la scelta costituzionale di Stato plurinazionale dovrebbe imporre, o invece è in corso il consolidamento di una tendenza ‘statalista economicista’ caratterizzata da un forte pragmatismo che sembra mirare al mantenimento del potere in mano al MAS, il partito di governo, che ha a suo favore indubbi risultati economici e la crescita di una classe media però spoliticizzata? Le vicende recenti del Brasile mostrano le contraddizioni di una crescita di questo tipo.
E se Morales nel 2014 è stato rieletto agevolmente per il secondo mandato, nel corso del 2015 il MAS, partito al governo, ha subito un parziale insuccesso nelle elezioni amministrative perdendo il governatorato di La Paz e le importanti alcaldie di El Alto e di Cochabamba. Intanto la crisi economica, legata alla caduta dei prezzi delle materie prime (commodities) sul mercato internazionale, non risparmia la Bolivia e influirà certamente in qualche modo sulle politiche sociali del governo. Morales intanto è impegnato in una modifica costituzionale che consenta la possibilità di un suo terzo mandato, segno preoccupante di una assenza di prospettive di ricambio e quindi di una potenziale fragilità democratica.
Di Bolivia e della sua attuale situazione politica e sociale abbiamo già parlato in questo blog con una acuta e interessante analisi della sociologa Sarela Paz. Proponiamo adesso una pacata ma precisa analisi di Jorge Viaña.
“La puntualità non è una virtù che sembri molto rivoluzionaria. Al contrario: si associa alla legge e all’ordine, a quelli di sopra. Ma viene anche dal basso.
Nella società moderna impariamo la schiavitù dell’orologio molto presto. La scuola ci prepara per il controllo della nostra vita nel lavoro, per poter mettere ogni nostro minuto al servizio del capitale. E si estende giorno dopo giorno la dominazione sugli orari, che un alito rivoluzionario dovrebbe distruggere”.